Carissimi, la nostra Chiesa si sta dotando oggi di nuove energie per l’evangelizzazione. O, per essere più precisi teologicamente, si sta disponendo ad accogliere con gratitudine orante le nuove risorse diaconali che lo Spirito le riserva per incrementare la sua capacità di affrontare più adeguatamente l’oggi del suo compito di evangelizzare la nostra gente: quattro nuovi candidati al diaconato, nella persona di quattro credenti adulti, già coniugati, che hanno portato a compimento l’itinerario formativo richiesto. Su di essi, dopo averne dichiarato l’idoneità, imporrò le mani, come gli apostoli sui primi sette diaconi, ed invocherò il dono dello Spirito, per farli partecipi del sacramento dell’ordine sacro nel suo primo grado.
L’ordinazione diaconale non è un premio per meriti acquisiti, e per benemerenze riconosciute. È vero che il sacramento dell’Ordine, conferito nel suo primo grado, ha come destinatari gli ordinandi, tra poco ordinati, ma il ministero diaconale, di cui saranno investiti sacramentalmente, è per intero finalizzato al popolo di Dio: a servizio del Vangelo, nel suo aspetto di annuncio e di testimonianza di vita evangelica tradotta nei gesti di carità, perché diventi Vangelo, notizia di bene, per tutti. Proprio come ci ha esortati a fare Gesù nella pagina di Matteo appena proclamata: “Non temete gli uomini, poiché non vi è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo su tetti”.
Carissimi tutti, e in particolare voi ordinandi diaconi in riferimento ai quali esemplifico volentieri gli indirizzi che promanano dalla pagina del Vangelo, Gesù apertamente dichiara il compito assegnato a tutti i suoi discepoli: svelare, manifestare, predicare sui tetti la sua parola, il suo messaggio, il mistero della sua Persona e il mistero dell’uomo che nella sua Persona trova l’unica vera chiave di soluzione. Ora, lo svelare, il manifestare e, soprattutto, il predicare sui tetti implica un pubblico. Che Dio stesso procura, nel dono del suo Spirito operante nel cuore degli uomini. Il che ci autorizza a pensare in termini positivi: quando evangelizziamo, non troveremo il deserto assoluto; qualcuno ad ascoltare ed accogliere ci sarà pure. E quel qualcuno è sempre di più di nessuno. Insomma, non compete a noi decidere il quorum di affollamento della gente, e la qualità stessa delle persone, grazie ai quali siamo autorizzati a predicare il Vangelo. A noi compete annunciarlo. Semplicemente. Ovunque. In campo aperto. Superando la tremenda tentazione di riservare la comunicazione del Vangelo, e del suo conseguente modo di vivere, a pochi intimi, in assoluta riservatezza, come se il bene in gioco fosse in esclusiva dei prescelti. Il Vangelo è patrimonio per tutti gli uomini. Nessuno escluso. Tutti ne hanno diritto. In quanto uomini, destinati ad essere e a vivere da figli nel Figlio. In assoluto, è il primo patrimonio dell’umanità, bisognosa di verità e di valori trascendenti che le consentano di dare alla storia una svolta fortemente civile. Non è un optional consegnare il Vangelo. È un dovere civile, espressione di un amore vero che, di certo, non compie alcuna forzatura nell’atto di trasmettere il senso stesso del vivere umano ad alta qualificazione.
Di conseguenza, il cristiano non può essere costretto a rinchiudersi nelle catacombe per svelare a pochi, o tanti, amici e compagni di viaggio spirituale, il Vangelo in cui crede. In forma intimistica.
So bene che una malintesa laicità tende a sospingere nelle sacrestie, comunque nelle aree del sacro o dentro le pareti domestiche, l’espressione della religiosità cristiana, nell’atto stesso in cui concede, giustificandolo, ampio spazio alle manifestazioni pubbliche di un’altra forma di religiosità come è l’ateismo pratico o conclamato. Con i suoi riti cultuali.
Tuttavia, per svincolarsi dalla prigionia del privatismo religioso, che mira a far morire per asfissia il cristiano in quanto cristiano, occorre appellarci ai diritti democratici sanciti dalla Costituzione italiana, sessanta anni fa. Proprio il riferimento esplicito ai diritti civili dei cittadini autorizza il credente cristiano cattolico a non criptare in pubblico la propria identità, esponendosi al rischio, reale, che venga fagocitata, assorbita e clonata dalla cultura dominante e dilagante. Il cittadino ha diritto di essere e manifestare se stesso ovunque, salvi soltanto i limiti imposti dalla convivenza civile pacifica. E poiché l’identità cristiana non danneggia in nessun modo il vivere sociale civile, al contrario, lo rafforza in valore e in termini di solidarietà fraterna, non si capisce il perdurare di vecchie ideologie ottocentesche intenzionate strategicamente a sconfinare il cristiano cattolico nel privato della sua coscienza. In nome della laicità. Come se laicità fosse realtà del tutto eterogenea ed estranea a religiosità. Mentre proprio nella laicità, che il cristianesimo riconosce, motiva e sostiene, la religiosità ha il suo humus naturale. La laicità autentica è infatti garante del rispetto della identità globale del singolo cittadino. Della identità di un cittadino fa parte intrinseca anche la religiosità. Imporre culturalmente di relegare il credente nell’ambito del privato è una violenza antidemocratica. Intollerabile.
Cerco di applicare queste osservazioni a voi, ordinandi diaconi. Voi siete già negli ambiti della professionalità. Siete infatti dei professionisti. Certo nell’ambito della professione non salirete su un pulpito per annunciare il Vangelo. Ma siate veri evangelizzatori. Per esserlo, in modo credibile, siate anzitutto degli stimati professionisti. Nell’essere infatti stimati professionisti, testimoniate che il vostro essere cristiani contribuisce, almeno a livello di motivazioni, ad un sentire ancor più forte del senso della competenza professionale, come risposta ai talenti di Dio, finalizzati al bene comune. In tal modo nessuno potrà rinfacciarvi di essere meno professionisti perché cristiani. Al contrario, qualcuno dei più saggi, che non mancano in nessun ambiente, potrà interrogarsi su quel di più che non è fruttificazione spontanea della professionalità, ma che proviene dalla fonte ispirativa, che è Cristo.
Di conseguenza, siate dei veri cristiani. Senza etichette e senza reticenze. Anche esplicitamente, quando è opportuno e si presenta una qualche occasione propizia. Mai con lo stile del crociato o dell’esibizionista. Sempre come testimoni attendibili di ciò che trasmettete, nella ferialità delle relazioni. A tu per tu. O in gruppo. Là dove si entra in qualche conversazione che ha come oggetto realtà valoriali eticamente sensibili. Presentatene, con competenza, le ragioni. Argomentando in modo simpatico e accattivante. Con lo stile dell’amico che intende fare un regalo. Ad amici che gli stanno particolarmente a cuore. Siate cioè credenti in Cristo senza vergogna, come Gesù stesso ha ammonito alla conclusione del vangelo di oggi: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece non mi riconoscerà davanti agli uomini anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
E siate diaconi. A tutti gli effetti. Poiché essere diacono, per voi, non è un fatto funzionale, transitorio, occasionale. Quasi un accessorio. Voi siete diaconi! Giorno e notte. Quando siete in attività specifica ministeriale, a voi chiesta dall’autorità della Chiesa di cui siete membra e quando vivete altre espressioni della vostra esistenza.
In che senso? Nell’essere profeti e testimoni di uno stile di vita segnato dal servizio. Anzi, nell’essere profeti credibili perché testimoni. A cominciare dalla vostra famiglia, per proseguire nella vostra professione e per concludere il circuito della vostra testimonianza diaconale nell’ambito della comunità ecclesiale di appartenenza o di destinazione. Notate la sequenza: famiglia, professione, comunità cristiana! Tra loro interagenti, a trittico. Ricordate che voi siete diaconi permanenti, non solo nel senso ovvio di diaconi che rimangono stabilmente nel primo grado dell’ordine sacro, ma, non di meno, nel senso che la vostra stessa spiritualità diaconale esige da voi di essere stabilizzati nella sensibilità diaconale, nella disponibilità a servire, senza riserve, come orientamento di vita, in termini di esemplarità, pur nei limiti personali, di dedizione fino alla abnegazione; fino a sentirsi appagati unicamente dall’aver agito, in Cristo, da veri servi. Indipendentemente dalle gratificazioni. In altri termini, siete chiamati a servire con un amore verginale, cioè senza inquinamenti di secondi fini; e gratuito, cioè gratis! Senza ricompense immediate, con la certezza unica della ricompensa nei cieli.
Sapete bene che
In tal modo, testimonierete, specialmente alle generazioni dei giovani, che il servire non mortifica la vita, se è compiuto nel nome e con la forza di Gesù Cristo, nel dono dello Spirito, ma rende davvero significativa la vita, fino alla santità. Chi serve in Cristo tutti i bisogni della gente, da quelli materiali a quelli spirituali, documenta una esistenza umana che serve, cioè non è inutile o disutile. E nel servire si realizza.
Carissimi ordinandi diaconi, con le parole di Gesù riportate dal vangelo di oggi, anch’io vi dico: “Non abbiate timore; non abbiate paura!”, neppure se per essere fedeli a Cristo, nel vostro ministero di diaconi, vi fosse richiesto qualche sacrificio, fino al dono della vita. Nulla vi lasci turbati. Il Padre che è nei cieli, presso il quale “perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati”, si prende cura di voi.
Se manterrete incondizionata la vostra fiducia, disarmata, in Dio, sarete anche sereni. Pur nelle prove. E questo stato del vostro animo sarà un ulteriore tratto del vostro servizio alla nostra gente. Fin troppo presa e travolta da tante paure. Giustificate o ingigantite. Dite con la vita di fede e con un diaconato vissuto con generosità che fidarsi di Dio, e vivere in lui nel servizio dei fratelli, è un bel vivere.
Maria, l’umile serva del Signore, madre nello Spirito del vostro diaconato, vi stia davanti come icona sublime e vi custodisca nel santo proposito di essere diaconi santi.