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Professori e allievi. I conti non tornano

Riordinati gli organici del personale. E' difficile trovare un equilibrio tra chi va in pensione, chi sarà trasferito d’ufficio e i precari da inserire. Una ripresa scolastica all’insegna dell’instabilità.
 
A Milano troppi studenti, a Bari insegnanti in più: per 10mila docenti cambiano destinazioni e orari
 
 
DA MILANO DIEGO MOTTA
Saranno insegnanti in cerca d’au­tore. Professori di ruolo, assunti da tempo, eppure senza catte­dra. La scuola che ripartirà a settem­bre non farà i conti soltanto con le ri­chieste di migliaia di giovani precari da anni in lista d’attesa, destinati nuo­vamente a vagare alla ricerca di una sistemazione definitiva. Tra un mese assisteremo anche a un fenomeno di ritorno: sperimentati prof con la va­ligia in mano, chiamati ad abbando­nare le loro classi per nuove destina­zioni oppure invitati a misurarsi con nuovi orari, spezzettati quà e là tra scuole diverse. Sono insegnanti in so­vrannumero: non licenziabili ma con mansioni tutte da definire. Secondo le stime della Cisl Scuola, tra un me­se si troveranno senza cattedra 6.400 professori delle scuole superiori, 2.200 maestre della scuola primaria, 1.350 insegnanti delle scuole medie. Circa 10mila persone, dunque, a disposi­zione degli istituti per coprire le sup­plenze e progettare ulteriori iniziati­ve didattiche. A esse vanno aggiunti almeno 20mila insegnanti trasferiti d’ufficio, se a settembre dovesse ri­petersi quanto accaduto l’anno scor­so. Si tratta di professionalità sposta­te da un paese all’altro in ambito pro­vinciale che continueranno a inse­gnare, sia pure in classi e istituti di­versi, le stesse materie che hanno in­segnato in passato. In sedi diverse, però, che non hanno scelto.
Il paradosso italiano
A Milano ci sono troppi studenti e mancano gli insegnanti, a Bari i pro­fessori sono troppi e mancano gli a­lunni. È questo il paradosso in cui si troverà la scuola italiana nella stagio­ne 2010/2011, ben raccontato da que­sti due fatti di cronaca che hanno vi­sto nei giorni scorsi su sponde oppo­ste il sindacato degli insegnanti, la Gil­da, le organizzazioni confederali e gli uffici scolastici regionali. Se si guarda ai numeri, l’anomalia è maggiore in alcune zone del Paese rispetto ad al­tre: in Sicilia a settembre il numero di insegnanti di ruolo in sovrannumero nella scuola primaria raggiungerà quota 763, in Campania 761, in Pu­glia 348 e nel Lazio 179. Regioni in cui ci sono troppi docenti rispetto alle cattedre disponibili; non così avviene al Nord, in Lombardia ed Emilia Ro­magna, dove l’alta presenza di alun­ni immigrati bilancia il minor nume­ro di ragazzi italiani. «Il fenomeno dei professori con la va­ligia è un fatto negativo sia per la sta­bilità degli insegnanti che per la for­mazione dei ragazzi» osserva France­sco Scrima, segretario generale della Cisl scuola. Tutto risale alla decisione di tagliare il numero delle cattedre in tutta Italia, in base al rapporto tra stu­denti, numero delle classi e persona­le docente disponibile. «Quando scat­ta il cosiddetto istituto del “perdente posto” – spiega Scrima – vengono tra­sferiti i docenti col minor punteggio». Può così succedere che chi, fino a ie­ri, poteva contare su una cattedra di italiano per 18 ore settimanali oggi sia chiamato a distribuire quello stesso orario su istituti diversi.
Trasferiti e demotivati
«Sicuramente una situazione di disa­gio c’è – spiega Fabrizio Foschi, pre­sidente di Diesse, un’associazione che riunisce insegnanti – anche se non si tratta di novità ma di un piano pro­grammatico che ogni anno, a set­tembre, ci riporta ad un’anomalia: la rigidità del nostro sistema formati­vo ». In questo mese sono stati ridise­gnati gli organici del personale: l’e­quilibrio da trovare tra professori che vanno in pensione, giovani precari da inserire e insegnanti di ruolo trasferi­ti d’ufficio è complicato e questo la­scia immaginare che la ripresa scola­stica sarà caratterizzata da un’insta­bilità ancora maggiore rispetto al pas­sato. Insegnanti nuovi per classi nuo­ve, ripensate a seconda del numero dei ragazzi e con un occhio al bilan­cio.
«C’è un grosso punto interrogativo le­gato alle motivazioni dei professori, che da un mese con l’altro vengono spostati da una realtà a un’altra – os­serva Foschi –. Poi c’è un altro aspet­to da non sottovalutare: la mancanza di una prospettiva di carriera econo­mica ». Avere una busta paga all’al­tezza dei colleghi europei è conside­rata una priorità. «E al mancato rico­noscimento economico sono stretta­mente legati i rischi di una dequalifi­cazione professionale» osserva la Ci­sl scuola. Dopo il taglio delle cattedre, insomma, l’obiettivo potrebbe di­ventare il rilancio di una categoria da cui dipende, in fondo, il futuro delle nuove generazioni.
 
Articolo Tratto da AVVENIRE DAL 03/08/2010

 


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