Diocesi Verona
[STAMPA]

Consacrate a Dio per dedicarsi al servizio dei poveri
Cattedrale, 20 settembre 2008 - Veglia per la beatificazione di madre Vincenza Poloni

Nel fervore dei preparativi della festa di domani, 21 settembre, nella quale la serva di Dio, Vincenza Poloni, fondatrice, con il beato Carlo Steeb, delle Suore della Misericordia, sarà proclamata beata, una sosta di preghiera comunitaria, qui in Cattedrale, è quanto mai opportuna, per riportare l’attenzione su ciò che è essenziale.

Veglia di preghiera la definiamo. La comunità delle Suore della Misericordia e l’intera Chiesa di Verona, personificata dal suo vescovo, veglia per mettersi particolarmente in sintonia con il mistero trinitario di Dio che sta all’origine del carisma della Poloni e lo irrora ancor oggi con le sue grazie per dare fecondità all’essere e all’agire delle sue figlie spirituali.

Quanto il carisma della misericordia, che evoca nello stesso termine il senso di un cuore grande interamente riversato sulle miserie umane, sia di attualità non occorre molto sforzo mentale per riconoscerlo. Ma non è su questo aspetto che ritengo di soffermare l’attenzione. Occorrerebbe ben altro tempo a disposizione.

Conviene piuttosto, in questa veglia, che individuiamo e rileviamo il nesso inscindibile tra la consacrazione a Dio e la dedizione al servizio dei poveri.

Madre Vincenza Poloni, con le consorelle della prima ora e con tutte coloro che sono state raggiunte con una vocazione speciale dal carisma della Misericordia, hanno testimoniato e stanno testimoniando che tenendo unite le due dimensioni, il rapporto con Dio e il rapporto con l’uomo, ognuno dei due ne risulta rafforzato, arricchito e rimotivato. In una circolarità che si ricarica continuamente di energia spirituale.

Sicché la consacrazione a Dio, espressa nei voti di castità, povertà e obbedienza, non le ha distanziate dal vivere della gente e rese protette dalle intemperie delle sue problematiche. Al contrario, le ha sospinte in quella direzione fino a tuffarsi dentro e a consumarvi la vita.

Prendiamo il caso di Vincenza Poloni: si è letteralmente consumata per i poveri, morendo ancor in relativamente giovane età, 53 anni. Ma si poteva dire che aveva compiuto un intero itinerario di vita. Come ne avesse vissuti ottanta o novanta. È vissuta per i poveri, appunto perché consacrata a Dio. Più infatti una persona è consacrata a Dio, rinnovandone ogni giorno l’appartenenza totale a Lui, più trova motivazioni e risorse idonee per servire adeguatamente chi è nel bisogno, provvisorio o cronico.

Nello stesso tempo, la dedizione nel servizio ai poveri non ha distratto la madre e le sue consorelle dall’intimità con Dio, in Cristo loro sposo, nel dono dello Spirito. Ha impedito invece che si trasformasse in intimismo.

Né dunque la vita spirituale, la cui anima è la preghiera fin nella sua forma più sublime come è la liturgia, si è tradotta in intimismo da pura fuga dal mondo, né la dedizione nel servizio si è trasformata in pericolosa distrazione, come se le due dimensioni, inscindibili, potessero costituire due pianeti incomunicanti. Il nesso, nella vera spiritualità cristiana, rimane per così dire sponsale. Uno è condizione dell’altro. Uno feconda l’altro. Con il risultato che non esistono più i tempi dell’ozio: o si è in rapporto con Dio, direttamente, al quale esporre le situazioni di bisogno e dal quale ricevere luce e risorse idonee, o si è con i poveri, in nome e con la forza di Dio.

Su questo orizzonte, affascinante, trova una sua esegesi specifica l’espressione di Paolo ascoltata nel capitolo terzo della lettera ai Colossesi: “Al di sopra di tutto vi sia la carità”. Se per carità intendiamo Amore Agape, cioè amore assoluto e incondizionato che non teme gli eroismi, non vi è dubbio che esso ha una sorgente: Dio, mistero di Amore; e una destinazione: l’uomo nei suoi bisogni. All’uomo non diamo atti di buona volontà nostra, di pura filantropia. Comunichiamo ciò che trascende noi stessi e che anche a noi è stato trasmesso perché da noi trapassi in altri: l’amore di Dio riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, per esprimerci con le parole di Paolo (cfr Rm 5, 5).

Madre Vincenza e le sue consorelle pregavano molto. Erano in comunicazione continua con Dio al quale consegnavano le miserie delle persone a cui dedicavano mente e cuore, fisico e spirito e dal quale ottenevano grazie di servire i poveri, ammalati in primis, con cuore misericordioso.

Attingevano al Misericordioso. Talmente Misericordioso da farsi pane eucaristico. E per questo erano capaci di misericordia, in senso etimologico: avevano cioè un cuore grande per tutte le miserie che incrociavano durante il loro servizio, giorno o notte.

Insomma, i poveri erano la loro passione, perché in essi erano certe di servire con premura e amore tenerissimo il loro sposo, celebrato, assimilato e adorato nell’Eucaristia; servito con amore sponsale nei segni del povero bisognoso.

La santità di vita ne è stata la conseguenza. Santo è chiunque vive così, chiunque coniuga appartenenza battesimale, cioè radicale, a Dio, come membro della Chiesa di Cristo, e a un titolo singolare come consacrato con i voti, con dedizione senza riserve ai bisognosi. Questo genere di santità testimonia la riuscita sublime di una vita umana conquistata dall’Amore: sono le persone migliori fra tutte; persone che ci affascinano e ci attraggono con la loro esemplarità.

Carissimi, in questa veglia di preghiera che ci predispone alla solenne celebrazione di domani, conviene, a modo di conclusione di questi rapidi cenni di riflessione, evidenziare un dato che merita accentuazione, specialmente nel nostro tempo, nel nostro paese, dal momento che vi è in atto un tentativo, maldestro, di esiliare il cristianesimo nell’intimo della coscienza e negli ambienti celebrativi. Ci riferiamo al fatto, incontestabile, dell’incidenza che esercita sulla qualità del vivere sociale e sulla soluzione fattiva delle sue complesse problematiche l’ispirazione valoriale a Cristo e al suo Vangelo.

Chi è alla scuola, alla sequela di Cristo in qualità di discepolo che dal maestro apprende l’arte di farsi carico della gente, fino a caricarsene le croci, a portare i pesi degli altri (cfr Gal 6,2) acquista una vista speciale, divina, per intercettare e individuare le povertà, nella molteplicità delle sue espressioni, materiali e spirituali e si lascia plasmare dallo Spirito un cuore nuovo, capace di soccorrerle in modo rispondente.

In altri termini, il cristianesimo è amico e alleato della cittadinanza umana. Gli sta a cuore il suo evolversi nel segno della civiltà. La soccorre con genialità quando si trova in difficoltà, fino a sacrificarsi. Il che porta ad affermare che la determinazione di relegare nel privato il cristianesimo, con tutti i suoi valori di matrice evangelica, impoverisce il vivere della gente, già assai aggrovigliato.

Da parte dei veri cristiani, non annacquati nei compromessi e non timorosi di manifestare la propria identità, nessuno ha da temere nulla. La società civile ha tutto da guadagnare da cristiani di tal tempra. I santi veronesi ne sono una documentazione: Verona porta a tutt’oggi i segni della loro operosità e non può che dimostrarsene riconoscente. Se Verona è ciò che è, nei suoi tratti migliori, lo deve in gran parte a questi suoi figli che l’hanno amata nella gente. E ne sono il vanto più accreditato.

Carissimi, con questa veglia già ci congiungiamo idealmente con il rito canonico della beatificazione di madre Vincenza Poloni e lo pregustiamo in cuore. Ci diamo appuntamento a domani pomeriggio presso il palazzetto dello sport. Vivremo un evento di grazia che lascerà il segno.

 

 
 

12/11/2008 - + Giuseppe Zenti
[STAMPA]