La diversità religiosa sui banchi di scuola: come possono imparare a stare insieme ragazzi che abitano la stessa terra ma che non guardano lo stesso «cielo»? Può la scuola di tutti diventare una scuola rispettosa di ciascuno, senza discriminare nessuno? In questo articolo alcune risposte, in un orizzonte europeo
Flavio Pajer * La scuola dei vari Paesi europei si è fatta trovare impreparata dall‘arrivo della multireligiosità. Era una scuola abituata a incontrare alunni di una sola fede: cattolici in Italia, protestanti in Danimarca, ortodossi in Grecia, e così via. Bastava che una confessione cristiana fosse maggioritaria nella società civile per riservarsi la parte del leone nella scuola pubblica. Era la norma, a parte poche eccezioni: è il caso di Germania, Olanda o Svizzera, dove cattolici e protestanti hanno imparato a convivere fin dai banchi di scuola, ma separandosi comunque in gruppi distinti durante l‘ora di religione. L‘identità confessionale, in tempi di cristianità, era un «valore non negoziabile», da non contaminare con altre fedi. Anche perché gli anni di scuola erano l‘unica stagione utile per costruirsi un‘identità religiosa capace poi di resistere tutta una vita.
LA RIVINCITA DEL «RELIGIOSO» Per secoli, infatti, da un capo all‘altro d‘Europa, la religione insegnata a scuola è stata quella del catechismo, declinato secondo le regole della tradizione confessionale locale. Lo esigevano le Chiese, che vedevano nella scuola una succursale della parrocchia e della famiglia. Lo consentiva la società civile, che si riconosceva sostanzialmente nella storia, nel costume, nei valori etici di una data tradizione cristiana. Lo accettava la scuola stessa, che metteva «Religione» al primo posto tra le materie in pagella e arrivava persino a chiamarla «fondamento e coronamento di tutta l‘istruzione», come recitava da noi la defunta formula del vecchio concordato. Venne poi il vento della secolarizzazione a svuotare le chiese, a diradare le famiglie praticanti, a confinare «Religione» tra le materie più ininfluenti del curricolo. Ma mentre il volto cristiano dell‘Europa sembrava al tramonto, il «religioso» tornava a prendersi una sorprendente rivincita pubblica. Si pensi solo a tre fenomeni ben noti: le nuove forme di religiosità sviluppatesi fuori dallo spazio delle Chiese, la prepotente irruzione delle religioni storiche dentro lo scenario geopolitico del pianeta (l‘11 settembre non è che la punta dell‘iceberg) e l‘immigrazione, che ha popolato le aule scolastiche europee di milioni di alunni figli di altre culture e religioni. Chiaro che, di fronte a tale svolta storica, la scuola non poteva stare alla finestra. I corsi di religione, che andavano perdendo senso e mordente in società divenute post-cristiane, ritrovavano un‘altra ragion d‘essere, affrontando però il problema religioso sotto nuova luce e con altri obiettivi. I sistemi educativi europei hanno dimostrato, quale più quale meno, la loro capacità innovativa. Quali soluzioni hanno intrapreso? TRE MODELLI Si sa che il profilo giuridico-legale dei corsi di religione varia da Paese a Paese. Di conseguenza le innovazioni introdotte riflettono tale dato di partenza. Possiamo a grandi linee individuare tre modelli. Nei Paesi a regime concordatario (Italia, Austria, Spagna, Portogallo e altri Paesi dell‘Est) si è proceduto a correggere l‘antica ottica catechistica del corso promuovendo dapprima un approccio più culturale al dato religioso, in modo da ri-legittimare lo studio della religione in base alle comuni finalità educative della scuola, e allargando poi tale approccio a un confronto con le altre religioni. I vantaggi sono chiari, ma non sufficienti, in quanto i corsi concordatari non possono che essere facoltativi, lasciando scoperta la frazione (crescente!) di alunni non avvalentisi. Frazione che andrebbe soddisfatta con l‘offerta di una seria materia alternativa equiparabile per dignità curricolare al corso confessionale. Nei Paesi dove l‘insegnamento della religione gode di basi legali più solide di quelle concordatarie (in Belgio e in Inghilterra è fondato su leggi parlamentari autonome, in Germania addirittura sulla Costituzione), il pluralismo religioso è più facilmente «metabolizzato», sia ampliando l‘esperienza della «Multifaith religious education», come fa da tempo la scuola inglese, sia attivando un ventaglio di corsi mono-religiosi gestiti dalle rispettive autorità (ad esempio, la scuola pubblica belga ha all‘attivo cinque corsi confessionali: cattolico, protestante, ortodosso, ebreo, musulmano, più la morale non confessionale), sia ancora valorizzando le alternative all‘ora confessionale, come fa il sistema tedesco, che ha collaudato più percorsi culturali di natura etico-religiosa (filosofie e spiritualità, storia delle religioni, diritti umani, ecc.), capaci di soddisfare una larga tipologia di domanda religiosa o para-religiosa, compresa quella dei non credenti. Alcuni Länder hanno anche introdotto corsi sull‘islam in chiave conoscitiva, affidati ovviamente a docenti previamente formati e forniti di libri di testo approvati dalle autorità scolastiche regionali. Infine, dove vige invece la separazione tra Stato e Chiese (Francia, Slovenia) o dove le Chiese preferiscono relativizzare il fattore confessionale pur di garantire meglio un‘educazione ai valori democratici di base (Paesi nordici e protestanti in genere), l‘istruzione religiosa perde sì l‘avallo della Chiesa, ma guadagna in credibilità pubblica e spesso anche in dignità accademica. Avviene così per lo studio del «fatto religioso» interno alle varie materie nel sistema francese, per lo studio della storia del cristianesimo visto come radice e asse portante della storia patria, come nei Paesi luterani, per la materia «Etica» sempre più diffusa, almeno come alternativa non confessionale (sintomatico in proposito il referendum popolare berlinese dell‘aprile scorso, andato a favore dell‘«Etica», nonostante le Chiese cattolica ed evangelica si fossero alleate per difendere insieme i propri corsi confessionali). L‘avvenire dell‘istruzione etico-religiosa nella scuola europea non potrà più dipendere dalle competenze delle sole Chiese, ma nemmeno esser lasciato quale cenerentola in balìa di ideologie strumentali o localistiche. La dimensione religiosa è componente ineliminabile della educazione pubblica europea. È compito comune della società civile e religiosa, dei governi nazionali e degli organismi comunitari dell‘Unione, delle scienze teologiche e non teologiche delle religioni, ripensare e verificare in progress i profili nuovi che la cultura religiosa deve assumere a servizio delle società post-secolari dell‘Occidente. * Fratello delle scuole cristiane, già presidente del Forum europeo dell‘istruzione religiosa
GLOSSARIO Dieci parole per capire
Apprendimento interreligioso - Designa i principi, le attività, le procedure messe in atto dalla scuola per favorire nell‘alunno non solo la conoscenza di una o più religioni diverse dalla propria, ma una competenza di reciprocità e di dialogo con altri credenti, superando pregiudizi e fanatismi. È il presupposto per garantire tolleranza e coesione sociale nelle società multireligiose. Approccio culturale - Nello studio della religione significa porsi in sana e consapevole esteriorità rispetto all‘oggetto studiato. Significa astenersi dal giudicare vera o falsa una religione (compito, questo, della teologia o dell‘apologetica), per maturare una comprensione «oggettiva» del fatto religioso esplorabile con strumenti offerti dalle scienze delle religioni. Cittadinanza (educazione alla) - Nelle nuove leggi scolastiche l‘istruzione religiosa è coinvolta nell‘educare ai valori prioritari della convivenza democratica. Confessionalità - Carattere di una scuola o di una materia quando sono gestite da un‘autorità religiosa. Un insegnamento può essere confessionale solo per i contenuti materiali («confessionalità debole»), o anche per le sue finalità educative («confessionalità forte»). Come nel caso dell‘insegnamento della religione cattolica in Italia, gran parte dei corsi confessionali europei non ha più e non può avere una «confessionalità forte». Etica - Insieme di teorie, criteri e regole per un vivere personale e sociale rispettoso della dignità e libertà umana. È spesso studiata in alternativa al corso di religione confessionale, allo scopo di educare il cittadino ai valori condivisi dalla comunità nazionale e sanciti di solito dalla Costituzione. Fatto religioso - Sinonimo di religione spesso utilizzato in sociologia. Designa eventi storici, ma anche il patrimonio culturale che le religioni producono e trasmettono (testi sacri, documenti, simboli, arte, teorie; effetti su economia, politica, scienze, diritto). In Francia si studia il fatto religioso all‘interno delle materie profane. Laicità - Nella sua concezione aggiornata o post-secolare (Habermas), non designa ostilità o indifferenza alla religione (laicismo), ma riconoscimento positivo del fatto religioso, presente nel privato delle coscienze come nella sfera pubblica. In Europa «laico» non significa a-religioso o anti-religioso. Religione - Insieme verificabile delle manifestazioni esteriori di una fede storica. Si distingue dalla fede, che è adesione personale e comunitaria a una rivelazione, e dalla religiosità che è predisposizione umana di ricerca del trascendente. Scienze delle religioni - Studiano laicamente il religioso nei suoi sviluppi (storia delle religioni), verificano forme ed effetti dei testi sacri (linguistica religiosa), l‘incidenza del religioso su individuo e società (antropologia, psicologia, etnologia, sociologia della religione). Nei vari modelli di insegnamento della religione queste scienze sono rilevanti almeno quanto le scienze teologiche. Valutazione - Se Religione è disciplina a pieno titolo, è soggetta a normale valutazione, anche con il voto. Si valuta l‘acquisizione di conoscenze e competenze, non il grado di adesione né le pratiche esterne. In vari Stati europei, Religione è materia da portare all‘esame di maturità.
EUROPA, ALCUNE CIFRE
- Dichiara di non essere religioso il 70% dei cechi, il 63% degli olandesi, il 49% dei lettoni, il 31% dei francesi. - Il Belgio ha il 60% di scuole cattoliche, l‘Irlanda il 30%, la Spagna il 25%, la Francia il 18%, l‘Italia il 5%. - Nella scuola dell‘obbligo britannica si fa «Religione» per circa 3 ore settimanali, in Germania da 2 a 3 ore. - In 8 Stati l‘insegnamento della religione è sottoposto alle clausole di un concordato o di accordi con la Chiesa. - In Danimarca (0,5% di cattolici) gli studenti delle 21 scuole cattoliche sono per l‘83% non cattolici. - In Polonia il corso di religione cattolica è scelto dal 95% degli alunni, in Italia dal 91%. - In 14 Paesi dell‘Ue la seconda religione, dopo quella cristiana, è l‘islam.