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Il celibato dei preti. Essere un tutt’uno con il Cristo totale, Corpo ecclesiale e Capo   versione testuale
San Fidenzio, 06 novembre 2018






Per comprendere le ragioni per le quali la Chiesa di rito latino richiede il cosiddetto celibato ai suoi Ordinati di secondo e terzo grado, eccettuando gli ordinandi diaconi permanenti che hanno la facoltà di essere anche coniugati, è opportuna e necessaria una previa contestualizzazione.

Contestualizzazione

Occorre partire dalle radici stesse del rapporto con Gesù Cristo, che solo ne spiega il valore, in quanto è la personificazione, l’autore e il destinatario della condizione di quella vita celibataria che andremo a scoprire nel suo essere valore sublime e non limite alla edificazione della propria personalità, valida unicamente in vista del Regno, come Gesù stesso ha precisato nel vangelo di Matteo sulla questione del divorzio. Del resto, il celibe per il Regno è il più vicino alla modalità di esistenza terrena di Gesù Cristo, il consacrato del Padre, e la modalità della Vergine Maria.

Proprio alla radice del rapporto con Cristo, e ciò vale per ogni essere umano, sta il fatto che tutto il mio essere è segnato e impregnato di Gesù Cristo: io sono ciò che Dio Padre mi ha fatto, creandomi, cioè ponendomi nell’esistenza, mediante il suo Verbo, che è la Verità dell’intero mio essere. Da Lui personalmente conosciuto e amato fin dall’eternità, mi ha fatto divinamente, come è stato a Lui gradito, predestinandomi ad essere al meglio ciò che Lui ha immesso in me di potenzialità e di risorse.

A me il compito, affascinante e drammatico, di capire chi sono io in Lui e per che cosa, cioè per quale stato di vita mi ha fatto e per quale fine. In effetti, non posso capire chi sono io e per quale stato di vita sono stato da Lui chiamato, senza sentirmi collegato esistenzialmente con Lui che è la Verità esistenziale dell’intero mio essere.

 

Alla scoperta di ciò che sono agli occhi di Dio da realizzare in due stati di vita

Di conseguenza, non compete a me inventarmi di sana pianta il mio stato di vita improntandolo esclusivamente sui miei desideri. Quanto meno dovrò discernere l’oggettività delle risorse fisiche, mentali, relazionali in mia dotazione, quelle cioè che riscontro in me non originate da me. In altri termini: io non sono l’autore di me stesso. Un Altro è l’Autore di me. E solo Lui sa chi sono io in quanto è l’Artefice di me.

Stando così le cose, a me compete scoprire la realtà che sono. Non quella fantasiosa e puramente virtuale, ma quella rispondente soltanto al mio essere una persona unica al mondo, in quanto Dio non crea nessuno in serie, nemmeno i gemelli. A mano a mano che scopro il mio essere reale, mi è lecito e doveroso interrogarmi anche sulla condizione di stabilità relazionale che sono chiamato a realizzare nell’età adulta per la mia felicità e per la felicità di tante altre persone con le quali entrerò in relazione.

Fondamentalmente, mi trovo davanti a due stati di vita, che cerco di individuare, attraverso un attento discernimento, per intercettare, in una visione di fede, quello per cui sono stato creato, grazie al quale io mi sperimento gradito a Dio: lo stato vocazionale di coniugalità e lo stato vocazionale di verginità. Ambedue sono stati di vita, cioè condizioni di vita permanenti, caratterizzati ognuno da quattro dimensioni comuni.

Ciò che accomuna coniugati e consacrati per il Regno

Anzitutto la sessualità mediante la quale Dio stesso, nel porci in esistenza mediante l’opera dell’amore genitoriale, ci ha segnati al maschile o al femminile.

In secondo luogo siamo tutti bisognosi di sponsalità, di trovare cioè una realtà o persona che sia la risposta al nostro essere in parte mancante, al nostro essere un incompiuto. Per i coniugi si tratta dello sposo e della sposa, la risposta esistenziale l’uno all’altro. Per i consacrati nella verginità per il Regno la Risposta è Gesù Cristo che ci unisce al Mistero dell’Amore Trinitario di cui siamo sponsalmente partecipi. È vero che anche i coniugi hanno una relazione sponsale con Dio Mistero di Amore Trinitario, in Cristo. Ma lo hanno in due, mentre il consacrato nella verginità contrae una sponsalità con Cristo in modo diretto, assolutamente personale.

Un terzo aspetto che accomuna i due stati vocazionali è dato dalla nuzialità. Il termine nuzialità evoca la nube divina che ha adombrato la Vergine Maria facendone la Madre del Figlio di Dio fatto Carne. In concreto si tratta dello Spirito Santo. È Lui che attraverso il Sacramento del Matrimonio, avvolgendo del suo Amore Trinitario i nubendi ne fa una coppia, grazie alla sua funzione comunionale trinitaria. E per quanto riguarda i consacrati nella verginità è lo Spirito Santo che li unisce sponsalmente a Cristo e, in Cristo, al Padre. Dunque, in forza dell’Amore comunionale dello Spirito sia i coniugi sia i consacrati sperimentano a livello spirituale il senso della nuzialità che li rende sposi.

E un quarto aspetto accomuna coniugati e consacrati: la castità. Castità sta per habitat interiore che mantiene puro e incontaminato l’amore da ogni forma di egoismo nell’uso della sessualità. All’occorrenza, lo ripurifica da presenze di inquinamento. Applicare pertanto la realtà della castità solamente ai consacrati è fare un torto ai coniugi sposati. Per gli sposi è uso della sessualità coniugale secondo il progetto di Dio, segnalato ad esempio dall’Humanae Vitae di san Paolo VI. Per i consacrati nella verginità per il Regno castità è la custodia dell’amore verginale.

Ciò che distingue i coniugati e i consacrati per il Regno.

Il celibato come habitat propizio per essere dediti anima e corpo al Regno

Ciò che, invece, li distingue nettamente è la coniugalità da una parte, finalizzata al rafforzamento dell’amore fedele dei coniugi e alla trasmissione della vita dei figli che hanno necessità vitale, biologica ed educativo affettiva, di un padre e di una madre che si amano tra di loro di amore casto; dall’altra la verginità consacrata per il Regno, che ha come assoluto di appartenenza il Regno di Dio, in concreto la Signoria di Gesù Cristo nel cuore delle persone, in altri termini l’Affare del Padre, come ha precisato Gesù stesso dodicenne ai genitori una volta ritrovato al tempio: “Non sapevate che io devo essere occupato nell’Affare del Padre?”.

Di conseguenza, il celibato per gli ordinati di secondo e terzo grado nella Chiesa di rito latino non equivale allo stato di celibe scapolo, imposto da una legislazione ecclesiale, di natura puramente giuridica. Senza minimante squalificare altre soluzioni che si identificano con i presbiteri uxorati, una eventuale facile accondiscendenza al presbiterato uxorato nella Chiesa di rito latino si tradurrebbe in un impoverimento e in una perdita. Se un candidato al presbiterato nella Chiesa di rito latino percepisse il celibato solo un obbligo e un peso insopportabile, a cui si adatta a mala pena, subendolo pur di essere prete, ma che, se potesse, eviterebbe, non tradirebbe la propria vocazione, ma scopre quella su taglia sua, se lascia la prospettiva del sacerdozio ministeriale per sposarsi. Perciò, mentre un candidato sta verificando l’autenticità della chiamata al presbiterato, deve nel contempo verificare se di fatto è destinatario anche del carisma del celibato, accolto con animo sereno e riconoscente. Come infatti nessuno ha il diritto di diventare prete, altrettanto nessuno deve sentirsi obbligato ad esserlo.

 Il non matrimonio per il presbitero della Chiesa di rito latino rileva soltanto l’aspetto al negativo di una realtà sommamente positiva: non ci si coniuga, non per disprezzo del matrimonio, ma per vocazione alla totalità di sponsalità con Cristo, il Cristo totale, Corpo ecclesiale e Capo. E dunque per essere nella totalità del proprio essere, predisposto da Dio stesso, dedito al Regno. Qualche cosa di analogo rispetto all’ “Eccomi, sono a completa disposizione di Dio, del suo Regno, del suo progetto di redenzione”, che ha caratterizzato la Vergine Maria nel Mistero dell’Annunciazione. Tutto di sé, “spirito, anima e corpo”, per dirla con Paolo nella sua prima ai Tessalonicesi, è messo a disposizione della Signoria salvifica di Gesù, il Crocifisso Risorto Eucaristia. Nella mente e nel cuore del consacrato nella verginità per il Regno, nel caso specifico per il presbitero, non c’è posto per altro valore, sia pur positivo. Tutto per lui passa attraverso la sua sponsalità nuziale verginale e casta consacrata a Cristo. Nella verginità consacrata dunque non si perde nulla, avendo come sposo, cioè Risposta, Colui che è il Tutto. La stessa “rinuncia” al matrimonio non è una perdita, ma la condizione per essere pienamente e verginalmente consacrati al Regno. E Regno significa anche Signoria di Cristo sulla famiglia. Di conseguenza, il consacrato ama la famiglia come Cristo, che la ama come la sua piccola Chiesa domestica da lui santificata con il Sacramento del Matrimonio e si mette al suo servizio con senso di gratuità e con una eccezionale carica di umanità, come hanno testimoniato nel passato e stanno testimoniando tante persone consacrate, abitualmente nel nascondimento, anche fino al sacrificio della propria vita. E in tal modo documentano quanto un consacrato non rinuncia alla sua carica di sessualità, ma la trasforma interamente in carica di umanità straordinaria, pur senza l’esercizio della sessualità genitale, poiché è possibile vivere serenamente senza l’esercizio della sessualità genitale, ma non certo senza carica di umanità sessuata.

 

Il valore del celibato per i presbiteri della Chiesa di rito latino

e i requisiti per accedere al presbiterato

E veniamo ancor più esplicitamente al celibato dei presbiteri della Chiesa di rito latino. Va subito precisato che lo stesso presbiterato non è un diritto di chiunque ne esprimesse il desiderio, ma un dono che va sottoposto a discernimento della Chiesa, da parte di chi ha il carisma dell’apostolicità, il Vescovo della Diocesi di appartenenza, attraverso la collaborazione degli Educatori. La vocazione al presbiterato presuppone sicuramente una predisposizione oggettiva, corredata da retta intenzione, su cui esercitare il discernimento, come avviene per una qualsiasi professione, come il pilota o l’ingegnere cui non bastano velleità di desideri. Ma proprio su quella predisposizione si innestano dei requisiti necessari per un esercizio del ministero il più efficace possibile.

Tra i requisiti vanno segnalati: la maturità umana; lo spirito di fede; il senso e l’amore alla preghiera; il senso della Chiesa e di amore per Essa come Corpo di Cristo; la passione, l’entusiasmo, la parresia, per la pastorale evangelizzante (almeno quanto è l’entusiasmo dei proprietari di aziende per la loro azienda), la capacità relazionale, l’umiltà non autoreferenziale, la disponibilità alla radicalità del dono di sé per il Regno, come Maria e Gesù.

La sponsalità nuziale verginale casta per il Regno è frutto della decisione libera e generosa, senza retromarcia e senza compromessi, di lasciarsi scegliere da Dio, per non appartenere a nessun altro. Su un presbitero e su un Presbiterio di tal genere Dio può far conto per realizzare il suo progetto di salvezza. Va da sé che, anche da questo punto di vista il presbitero va annoverato tra i più grandi benefattori dell’umanità, alla quale trasmette, con la salvezza, il Senso stesso del vivere, che è Gesù Cristo, da conoscere, da amare, da vivere.

Suggerimenti di carattere spirituale e pastorale

Mi permettete qualche suggerimento. Se si ama la propria vocazione alla verginità consacrata per il Regno è necessario non esporsi alle insidie proprie di una cultura della non fedeltà che si respira anche controvoglia e dell’opportunismo edonista che fa del principio assunto da alcuni psicologi: “star bene con se stessi” come il fine del proprio vivere. Come pure è necessario non esporsi ai rischi contenuti nei media, sopravalutando la propria capacità di fermarsi in tempo o sentendosi invulnerabili: chi si lascia lambire dal fuoco presto o tardi ne rimane incenerito. È necessario evitare tempi di dissipazione e di ozio, frequentazioni troppo confidenziali, ingenuità nel prestare il fianco ad innamoramenti da sprovveduti. E questo, pur in mezzo a tanti esempi devastanti contrari, lo possiamo apprendere dagli stessi sposi, che pur conoscono i costi della fedeltà, come quello che mi ha confidato: “Non ho mai tradito mia moglie neanche con il pensiero!”. Tutto dipende dall’intensità di amore autentico. La gente ha diritto di sentirci suoi, totalmente suoi. Tutti sono nostri fratelli e sorelle e tutti possono sempre contare sui propri preti per incontrare Dio.

A tal fine risultano quanto mai utili alcuni aiuti. A cominciare dal senso della comunione fraterna presbiterale: siamo Presbiterio costituito di persone consacrate nella verginità per il Regno. Tra presbiteri è naturale allora scambiarsi la stima reciproca, il sostegno fraterno, la riservatezza, la collaborazione, il confronto, l’ascolto, la preghiera reciproca ogni giorno, evitando assolutamente pettegolezzi e insinuazioni che tanto male fanno persino sul piano della fedeltà al proprio celibato, perché sospingono a ricercare qualche “nido caldo”. È poi assolutamente necessario garantirsi adeguate soste di fraternità, almeno settimanali, dando spazio all’ascolto della Parola di Dio e alle situazioni di ciascuno, alla preghiera, all’adorazione. Chi è consapevole di quale dono sia il carisma del celibato sacerdotale, ama celebrare con fede vivissima l’Eucaristia che ne è il Soggetto primordiale e la fonte della sua bellezza, della sua gioia e della sua fecondità e si premura di celebrare la Liturgia delle Ore bene, senza fretta, per l’umanità intera.

Un aiuto di straordinaria efficacia agli effetti della fedeltà alla verginità consacrata per il Regno è dato da un grandissimo amore carico di umanità affettuosa per la gente, entrando in empatia come è testimoniato da papa Francesco. A partire dai più disastrati, dai poveri, dai disabili. E per le famiglie. Spesso sono queste persone, sulle quali riversiamo la carica della nostra umanità a salvarci dal pericolo di ripiegamento su noi stessi, che poi scivola e slavina in facili infedeltà.

Infine, a modo di sintesi, è necessario avere la mente, il cuore e le viscere concentrati nell’Affare di Dio, il suo Regno, la salvezza eterna della gente! Non dimentichiamo mai che la salvezza eterna di tante persone dipende dal nostro ministero di pastori che fanno un tutt’uno con il Pastore, grazie anche al carisma del celibato. E a tal fine occorre una formazione permanente come esercizio da acrobati dello Spirito, da paracadutisti senza vertigini.

Vorrei però, sulla base dell’esperienza, suggerire e consigliare fortemente che ogni presbitero abbia un “padre spirituale”, con il quale aprirsi nella confidenza anche sulle problematiche esistenziali che si possono incrociare nel ministero riguardo allo stesso celibato, oltre che agli aspetti spirituali e pastorali.

A queste condizioni il cosiddetto celibato non può che essere percepito come un dono di gratuita benevolenza e di predilezione da parte di Dio nei riguardi di coloro che ha chiamato ad una collaborazione con Lui totalizzante. Va considerato allora un singolare atto di stima e di fiducia.

 

Se questo, ed altro da approfondire, è il celibato per il Regno, è un dono da invocare da parte della comunità cristiana che tutto ha da guadagnare ad avere preti così, persone di alto profilo, destinate ad essere grandi nell’amore di donazione, sacrificato; da parte delle famiglie e dei gruppi sposi nei quali il presbitero ha grandi esempi ed aiuti spirituali di fedeltà; da parte dello stesso Presbiterio che vive la gioia, altamente costosa, dell’essere destinatario del carisma del celibato per il Regno, segno efficace della condizione dell’uomo salvato oltre la morte, nel mondo dei risorti, quando “Dio sarà il Tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

 

X Giuseppe Zenti
Vescovo di Verona 

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