Martedì 13 Novembre 2018
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Il pensiero della morte grande scuola di vita   versione testuale
Cimitero monumentale di Verona, 1 novembre 2018






La solennità di tutti i Santi e la successiva festa dei Defunti rievoca e riaccende in noi affetti familiari che mai debbono assopirsi, tanto meno spegnersi, per non ridurre, fino ad azzerarlo, il senso del valore del vivere umano terreno.

La Parola di Dio che, unica, ha le risorse per svelarcene il mistero, ci fa pensare i nostri cari oltre il tempo, nella pienezza di vita, almeno quelli che si sono affidati alla sua Misericordia, grazie alla potenza vittoriosa della risurrezione di Gesù Cristo: “Quando questo corpo mortale si sarà rivestito di immortalità”, ci ha precisato la prima lettera di Paolo ai Corinti. La morte, il cui pungiglione velenoso è il peccato, è stata annientata dalla vittoria di Cristo Risorto. Essa è il nemico più radicale dell’uomo, invincibile dall’uomo, per quanto la scienza progredisca. Anche per la scienza infatti viene il momento di sperimentare la sua radicale impotenza, magari dopo essere riuscita nell’impresa di prolungare l’anzianità.

Certo, la morte fa paura a tutti, persino a Gesù che al suo pensiero, come annota l’evangelista Luca, ebbe una tale paura da sudare sangue. Eppure il pensiero  della morte è salutare, soprattutto per i giovani, troppi dei quali sfidano la morte con droghe, imprudenze avventate, avventure demenziali, compiute persino per gioco, e per internet, come fosse possibile arrivare fin sulla soglia della morte, per sperimentarne l’ebbrezza, pensando di potersi fermare all’ultimo istante ed essere in grado di tornare indietro.

In ogni caso nessuno può permettersi il lusso di rimuovere il pensiero della morte. Ce lo tengono risvegliato le stragi della strada di ogni giorno, specialmente quelle del sabato sera e del terrorismo. Ce lo rinnovano gli incidenti mortali sul lavoro e sulle strade, i femminicidi, i suicidi, i morti per alluvione, per terremoto, per cedimento da collasso di un viadotto, per guerre ed epidemie, per over dose. Aggiungiamo i decessi quotidiani per anzianità o grave malattia, nelle case di riposo, negli ospedali. Per un giorno o due se ne dà notizia nei necrologi, poi i funerali, poi l’oblio. Certo, si combatte contro la morte, per sospingerla il più avanti possibile. Lo si deve fare per senso di umanità. Ma alla fine scocca l’ora conclusiva: le risorse del corpo sono esaurite. Anche il lumicino si spegne. La morte non viene dal di fuori di noi, ma dal di dentro di ognuno e coincide con la nostra radicale finitudine. Il pensiero della morte, non come azzeramento del nostro essere ma come ponte verso la pienezza della nostra vita, nel Risorto, può tradursi in una  grande scuola di vita.

Il morire degli altri è un dato di fatto, drammatico. Ma il pensiero del proprio inevitabile e fatale morire è una tragedia. Nessuno vuol morire. Come nessuno si rassegna ad un vivere che di fatto è uno spietato morire sociale. Soprattutto una domanda inquieta: che sarà di me dopo la mia morte? C’è un dopo? La risposta determina il senso del vivere terreno.

È da saggi prendere atto che la morte comunque giungerà, almeno in coincidenza con l’esaurirsi delle risorse fisiche. Ma è ancor più da saggi cercare il rimedio, se c’è. L’apostolo Paolo, per rivelazione stessa di Dio, ce ne offre la certezza: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte”. Con la sua risurrezione Cristo ha sconfitto, vinto, annientato la morte: “Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”. E l’evangelista Luca ce ne fornisce la notizia sorprendente e sorgiva della speranza che non delude. Alle donne recatesi al sepolcro per imbalsamare il corpo di Gesù, l’angelo dà parole di disincanto: “Perché cercate trai morti colui che è vivo? Non è qui, è Risorto!”.

Se ciò è vero, e la Parola di Dio ce ne dà conferma, cambiano le prospettive del credente. Anzitutto, intercettiamo e cantiamo le vittorie di Dio, specialmente alla Messa, e non evidenziamo le vittorie di satana. Abbiamo sicuramente mille ragioni per restare sconfortati e demotivati, senza speranza, tanta è la virulenza scatenata del male, dell’individualismo, dell’egoismo, della superbia, della cattiveria. Ma dalla nostra parte, e dalla parte dell’intera umanità, creata a sua immagine e somiglianza, abbiamo Uno con la maiuscola che da solo basta  per nutrirci di vera speranza in mezzo alle bufere dell’oceano in tempesta: Dio è il nostro ammiraglio e non permetterà che facciamo naufragio. L’ultima parola se l’è riservata Dio.

E un secondo aspetto della nuova prospettiva: è quanto mai saggio stare alle larghe dal peccato, che fin dai progenitori ha introdotto nell’umanità la morte fisica, ma che è anche la vera causa dei mali del mondo e, soprattutto, in noi produce la morte eterna, la peggiore delle morti, in quanto rifiuto di lasciarsi amare da Dio, fonte della vita. Questo è un grande messaggio che i nostri stessi cari affidano a noi e per accogliere il quale è valso la pena di esserci permessi una sosta sul cimitero.

  

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

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