Narra l’evangelista Giovanni che Maria di Magdala si allontanò di corsa dal sepolcro vuoto per andar ad avvisare dell’evento i discepoli. Un’altra corsa sussegue: quella di Pietro e di Giovanni verso il sepolcro. Ma il discepolo dell’amore, Giovanni, corre più veloce di Pietro, al quale peraltro lascia la primogenitura della fede: colui che a Cesarea di Filippi aveva professato l’autenticità della fede nel Messia come Figlio del Dio vivente, doveva per primo entrare nel sepolcro e constatarlo vuoto.
Quel vuoto non era certo la prova della risurrezione del Maestro. Era comunque un preludio del nuovo modo di essere di Cristo: il Crocifisso, morto e sepolto, non appartiene più al mondo dei mortali, destinati con la morte ad essere divorati dalle leggi del sepolcro. L’evangelista preferisce non riportare le reazioni di Pietro che in ogni caso rimane il primo tra gli apostoli, chiamato ad essere la personificazione della fede autentica, con l’incarico di confermarli nella fede, ricevendo l’incarico di pascere l’intero gregge. Registra invece la fede di Giovanni: “Vide e credette”. Vide il sepolcro vuoto. Vide le bende e il sudario (quella che viene detta la sacra Sindone). Non vide Gesù risorto. Eppure “credette”, con l’intelligenza del cuore, cioè con l’intuito che è dato dall’amore genuino, ma soprattutto grazie alla sua personale rivisitazione delle Scritture che preannunciavano la risurrezione del Messia, come più volte Gesù stesso, inascoltato e incompreso, ebbe a proclamare.
La serie poi delle apparizioni documentate nelle quattro edizioni del Vangelo ne svelano il mistero, entro i limiti possibili ad una esperienza umana nei confronti di una realtà che trascende tutti i parametri in uso tra gli uomini sulla terra.
Evidentemente gli evangelisti non si sono preoccupati di registrare negli annali della Chiesa un evento in sé che pur ha dello straordinario e, per chi non entra nella sua logica, dell’incredibile. Ne hanno evidenziato il valore salvifico, cioè la sua capacità di far entrare nel cuore umano le sue potenzialità e le sue risorse di risanamento e di rivitalizzazione. Interessava loro affermare senza esitazione che il Gesù crocifisso e sepolto non apparteneva al mondo dei morti, ed era il vivente, in qualità di risorto. Ma, non meno, interessava loro annunciare che Cristo in quanto Risorto era il capocordata di una moltitudine di fratelli, “principio, primogenito di coloro che risorgono dai morti” (Col 1, 18), per dirla con una espressione di Paolo. In altre parole, Cristo è morto e risorto non solo per se stesso, ma “perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor 5, 15).
Sono dunque le ricadute sul vivere umano della pasqua di morte e risurrezione che in definitiva interessano ai messaggeri e trasmettitori della Parola di Dio. Ribadendo ovviamente la realtà che riguarda Cristo stesso per non fare della risurrezione un puro simbolo. Come a dire che Cristo è risorto realmente perché il credente in lui possa vivere da risorto, ponendo nella sua interiorità il germe della risurrezione finale in anima e corpo, nel mondo dei risorti.
A questa stretta connessione tra il vivere da risorti sulla terra e la realtà di risorti che ci attende, in modo definitivo nell’oltre morte, in quella pienezza di vita che viene identificata con la condizione di gloria, siamo richiamati dall’apostolo Paolo nella seconda lettura della messa: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria” (Col 3, 1-4).
Testo densissimo. Praticamente inesauribile. Ne cogliamo come a volo d’uccello il profumo e il sapore. Ci sta ad indicare che la vita che ci è riservata nell’oltre morte ha la possibilità di essere in certo qual modo realmente anticipata. Ed è tutto un altro modo di vivere. Più arioso. Più umano. Più degno dell’uomo. Più capace di creare relazioni interpersonali improntate alla fiducia, in quanto ci rende capaci di fedeltà: a Dio e al vivere relazionale.
Se infatti siamo raggiunti dalla potenza della risurrezione di Gesù partecipiamo della fiducia che Dio riserva all’uomo e della sua fedeltà. Nonostante tutto. Poiché se c’è uno che dovrebbe sentirsi autorizzato a sciogliere i patti di fedeltà con l’uomo e non dovrebbe avere alcuna fiducia nell’uomo è proprio Dio, tradito all’infinito dall’uomo, diffidato fin dalle origini dell’umanità.
Ma poiché Dio ne è il creatore ed è nel medesimo tempo l’autore della libertà, di cui l’ha dotato senza pentimenti proprio per farne un essere umano e non un robot, volendo rispettare a tutti i costi la libertà dell’uomo, lo mette nella condizione di farne un uso sapienziale, finalizzandola al suo vero bene. Per ottenere questo risultato gli offre la possibilità di mettersi in contatto con il mistero pasquale che gli consente di pensare, cercare, attuare in sé le realtà che valgono oltre l’effimero; che hanno valore eterno. Pensandole, cercandole e attuandole in sé in piena libertà. Non c’è dubbio che è una ulteriore sfida che Dio fa a se stesso rinnovando la fiducia nell’uso positivo della libertà in dotazione all’uomo, nonostante le smentite. Ma proprio per questo ha fatto dono all’uomo del suo Figlio, consegnato liberamente alla morte da cui è risorto. Dio, insomma, a tutti i costi è intenzionato a fare un nuovo e incommensurabile credito di fiducia all’uomo. Certo che non pochi accoglieranno, in piena libertà responsabile, il dono di vivere la vocazione umana alla sua performance, il vivere già sulla terra le relazioni che si vivono nel mondo dei risorti. Improntate sull’amore e sulla verità. Sicché, di un credente raggiunto davvero nel suo cuore dalla pasqua di Cristo, che è il documento più certo e alto della fedeltà di Dio alle sue promesse, ci si può fidare, perché è reso capace di fedeltà. State certi che è di parola. Anche quando è a rischio di rimetterci faccia e denaro.
Dal mistero pasquale infatti che esprime in sommo grado la fiducia di Dio, al punto che ha consegnato suo Figlio nelle mani dell’uomo, anche l’umanità ha la possibilità di far maturare una cultura di fiducia. A partire appunto dai credenti nella Pasqua. E quanto ce ne sia bisogno è sotto gli occhi di tutti. Siamo infatti in piena crisi di fiducia. Dire oggi che ci possiamo fidare tutti di tutti sarebbe una insensatezza. La diffidenza è diffusa. Disseminata ovunque. Anche perché le smentite alla fiducia sono all’ordine del giorno. Qualcuno si domanda, con una certa angoscia esistenziale: ma di chi posso aver fiducia? Di chi mi posso fidare? Si sta sempre più dilatando e radicando la cultura dell’ipocrisia e della menzogna, a disposizione di chiunque quando si trova in situazioni da risolvere con qualunque mezzo. Con disinvoltura si cambiano registri, si modificano le alleanze, si alterano i contenuti veritativi che ingenerano confusione. Promesse smentite con estrema facilità. Impegni dissolti nel nulla. Il tutto, sotto la regia dei vari opportunismi. Sta di fatto che la fiducia tra di noi si riattiverà quando tutti insieme ci decideremo ad aver fiducia incondizionata in Dio e ad entrare nel circuito della sua fedeltà. A fidarci di Lui e della sua Parola che è finalizzata esclusivamente al nostro vero bene, anche quando ci chiede dei sacrifici per salvaguardare il valore della persona umana. Anche di quella indesiderata.
Esemplifichiamo in termini di attualità. Tra i mille possibili ambiti di verifica che ci farebbero entrare nella complessità della cultura del tutto e subito, della virtualità, del consumismo, dell’egoismo. Come fidarsi, ad esempio, di chi, dopo aver chiamato alla vita un soggetto umano, contro il volere di Dio lo espelle come indesiderato o ingombrante al banchetto della vita, complice una cultura del permissivismo? Senza dargli il riconoscimento di soggetto umano, cioè persona, allo stato embrionale o fetale, come in seguito, allo stato natale e infantile! Testimonia di meritare la fiducia chi sa rispettare e valorizzare la vita, non chi la calpesta ricorrendo poi a qualche legge umana che la protegge. Perché la legge deve proteggere chi non usa con senso di responsabilità della propria sessualità, e non il frutto di tale esercizio? Noi rispettiamo ovviamente l’assetto democratico di uno stato con tutto il suo corpus giuridico, pur riservando, democraticamente, il diritto di obiezione di coscienza. Vorremmo invece che si dotasse di altri sostegni in favore della vita, a cominciare da una sana educazione, alla grande, alla sessualità improntata alla verità sull’uomo, sulla valorizzazione responsabile delle sue risorse e non sul suo uso libertino. Non lo farà direttamente. Lo farà attraverso le istituzioni appropriate, come la famiglia e la scuola. È proprio questa educazione, che si rivela sempre più urgente, che ci libera da ogni forma di violenza perpetrata sugli albori della vita umana. Poiché uno stato democratico e una società civile di ispirazione democratica debbono per natura garantire tutti i diritti ai propri cittadini, a cominciare da quello alla vita, una volta che si sono introdotti, come esseri umani, al banchetto del vivere umano. Dichiariamo pertanto crimine esecrando la pedofilia, la pederastia. Senza alcuna attenuazione. E la combattiamo in tutte le sue forme, non appena accertate. Ma non esitiamo a dichiarare crimine, non meno esecrando, l’aborto e l’infanticidio (cfr GS 51), in quanto atto in sé, volontariamente compiuto nel grembo materno, in qualunque suo stadio di esistenza e con qualsiasi mezzo, chirurgico o chimico, che non solo attenta alla dignità dell’infante, ma lo distrugge alla radice. Va da sé che in questa valutazione non entra la persona che ne fa da soggetto, nemmeno se ne è la madre, spesso vittima di una cultura che banalizza la sessualità e la vita e propone come diritto ciò che oggettivamente è delitto; ad essa va pur sempre riservato il dovuto rispetto. In proposito sono commoventi le parole di Giovanni Paolo II alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto: “La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisone sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancora rimarginata. In realtà quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi, però, prendere dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere piuttosto ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con l’accoglienza e l’attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo” (EV, 99).
Nel proclamare la sacralità della vita, la Chiesa non invade pertanto il campo della laicità, ma attraverso i suoi cristiani laici, cittadini di uno stato laico, dà il suo libero e liberante apporto al servizio del valore sommo della stessa laicità qual è la vita umana. Ciò facendo contribuisce in modo spesso determinante alla salvaguardia della civiltà della vita e dell’amore alla vita, immettendo nella società un flusso rinnovato di fiducia nella vita. Non ingaggia crociate. Offre il suo contributo di pensiero e di testimonianza. Senza alcuna imposizione. Ma anche senza arretramenti paurosi nelle retrovie.
Dalla Pasqua giunge a tutti i credenti, ma anche a quanti conservano ancora buon senso, senso delle belle relazioni umane, l’appello a riproporre la fiducia reciproca come obiettivo di un impegno comune a camminare nella verità pasquale. A cominciare dai membri della propria famiglia, alla cerchia degli amici e dei colleghi fino a chi ha il compito gravoso e impellente di far uscire dal guado della disoccupazione. Nessuno tradisca la fiducia. Ricreiamo i ponti di una fiducia meritata. A prova di fatti. Sul fondamento della fiducia che Dio ripone ancora in noi.
Questo in sintesi il contenuto dell’augurio di Buona Pasqua che di cuore rivolgo a voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari, a chi è solo o è infermo, a quanti sono degni della vostra fiducia. Ma anche a quanti facilmente tradiscono la fiducia, forse ignari di quanto male seminano, di quanto fanno star male, perché si ravvedano. Buona Pasqua dunque a tutti!