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Il mondo agricolo habitat di santità feriale   versione testuale
Cattedrale, 31 ottobre 2020 - Festa del ringraziamento






 

Cattedrale, 31 ottobre 2020
Festa del ringraziamento

 

La vostra annuale festa del ringraziamento coincide quest’anno con la Solennità di tutti i Santi. E il mondo agricolo è sempre stato habitat di quella santità feriale che nelle Beatitudini ha il suo paradigma. Non solo la santità eccelsa, sancita da miracoli e riconosciuta dall’autorità della Chiesa come esemplare per l’intera umanità, ma quella “della porta accanto”, quella a portata di mano di quanti edificano la propria esistenza terrena sulla fiducia in Dio e sulla sua fedeltà, alla ricerca della felicità. All’uomo non basta l’appagamento degli istinti, degli impulsi fisici, come le piante e gli animali. È un ricercatore insaziabile di felicità, magari su strade sbagliate e in obiettivi sbagliati. Occorre insegnare all’uomo, fin a bambino, a seguire la strada giusta della vera felicità, che denominiamo beatitudine, come armonia e pienezza del proprio essere, e perseguirne con determinazione l’obiettivo. Il tutto viene tracciato dalle beatitudini. Potremmo considerarle una sorta di algoritmo spirituale capace di impastare e amalgamare tutti i valori di cui si intesse lo scopo del vivere umano.

La prima è data dalla fiducia in Dio! “Beati i poveri in spirito!”, cioè gli umili, che si mettono senza riserve nelle mani di Dio. Con la consapevolezza che Dio c’è, e non sta lontano da noi. Egli, da Papà, ci è vicino e non ci abbandona mai. Fa vita con noi. Viviamo in Lui. Ci affidiamo allora a Lui, anche quando gli eventi ci sono avversi, senza tuttavia attribuire a Lui la causa. La coscienza che Lui ci è Papà ci fa vivere sempre e tutto con Lui, e in Lui riconosciamo la nostra forza, il nostro coraggio, specialmente in annate del tutto negative o problematiche come quest’anno, segnate da grandinate, bufere e covid. A tale proposito, mi sia permesso confidarvi la testimonianza di mio padre. Erano gli anni cinquanta, seconda parte. La mia famiglia conduceva una campagna in affitto. Quell’anno la campagna fu flagellata da sette grandinate. Tutto distrutto. E c’era da pagare l’affitto, alquanto esoso. Ricordo con commozione che mio padre ci disse: “Ma il Signore non ci abbandona!”. Veniva da piangere! Ma nel pianto siamo stati consolati, proprio come afferma una beatitudine: “Beati quelli che piangono perché saranno consolati”, appunto perché aggrappati a Dio nella fede.

Ci rende beati poi la mitezza, di cui Gesù stesso è l’esempio assoluto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). La mitezza, o mansuetudine ci fa prendere tutto e tutti dal verso giusto, come fa il Signore con noi, che si mostra sempre misericordioso. Di conseguenza ci rende beati l’essere misericordiosi, l’avere cioè cuore, mostrando concreta solidarietà, per le situazioni di miseria del prossimo, quelle di sempre e quelle emergenti di oggi. E non c’è dubbio che la vostra categoria di agricoltori da sempre ne è un esempio. Chiunque ne abbia fatto esperienza, sicuramente ha sperimentato quanta beatitudine genera nel cuore il portare la pace in situazioni di rissosità, di scontri, di antagonismi, di conflittualità. Oggi abbiamo urgente bisogno di portatori di pace, capaci di creare condizioni di condivisione, anche a costo di rimetterci personalmente. Sperimentano un cuore pieno di beatitudine divina quanti si adoperano per la giustizia, cioè perché l’agire umano sia giusto agli occhi di Dio: chi, ad esempio, difende la famiglia come la vuole Dio e il dono della vita, dal concepimento alla conclusione naturale: voi agricoltori appartenete in genere a questa categoria. Infine, sperimentano la beatitudine i puri di cuore, coloro cioè che hanno un cuore libero da affetti disordinati per le cose (ricchezze, potere, successo) e per le persone (compromessi affettivi).

Chi vive così, non può non avere la coscienza che tutto è dono. Di conseguenza, sente il bisogno, ancor più che il dovere, di ringraziare Dio. Il grazie è dell’animo nobile. Oggi è assai scarso. Raramente si insegna alle giovani generazioni, presso le quali tutto è dovuto; è scontato persino che tutto sia dovuto, quindi tutto viene preteso.

A onor del vero, i coltivatori diretti sono tra i pochi, se non gli unici, che riconoscono nella terra un beneficio, un dono di Dio. Per questo ogni anno si radunano per ringraziarLo insieme, quando l’annata è stata propizia e anche quando è stata disastrosa. Sentono comunque il dovere di ringraziare Dio, almeno per la forza d’animo da Lui infusa nell’affrontare le prove della vita. E, mentre rendete grazie a Dio, vi ricordate dei poveri portando all’altare il segno dei vostri prodotti. Ci sarebbe da suggerire un tale atteggiamento, di grazie a Dio e di solidarietà ai poveri, anche al mondo dell’industria che fa uso dei beni della terra, del suolo e del sottosuolo; e, non di meno, all’amplio settore del terziario, specialmente il turismo che mette a frutto il paesaggio, e la grande distribuzione.

 

Anche quest’anno godete della vicinanza degli amministratori, notoriamente sensibili al mondo dell’agricoltura. Il mondo dell’agricoltura venga trattato bene pure dallo Stato. È noto il fatto che è più ciò che dà allo Stato di quanto riceve da esso, in termini di economia e di patrimonio valoriale, come il suo forte senso della famiglia, che sta a fondamento anche della forza coesiva del lavoro. Nessuno può dimenticare che, unitamente alle le piccole imprese, a conduzione familiare, è stata la ricchezza del Nord est. Lo Stato poi dia motivi di incoraggiamento alle giovani generazioni di agricoltori, ad esempio favorendo con incentivi l’acquisto degli ammodernamenti tecnologici necessari; facendo venire la voglia di scegliere come ambito occupazionale di tutta dignità il mondo agricolo; assicurando una certa serenità, grazie al sostegno concreto nei confronti dei mercati dei prodotti interni qualificati e certificati, garantendo un profitto dignitoso. Anche la grande distribuzione si mostri magnanima e responsabile nei loro confronti. A volte si tratta di buon senso per evitare il collasso delle imprese agricole e dare un pizzico di soddisfazione, un guadagno remunerativo per la famiglia che se ne sente coinvolta, dai piccoli ai nonni. Ogni famiglia in agricoltura è una micro società. Mi sia permesso di dire, senza mezzi termini: benefici del lavoro degli agricoltori non siano sequestrati unilateralmente; siano almeno equamente spartiti tra loro che li producono con immani fatiche e trepidazioni, chi fa da mediatore e la grande distribuzione, senza sbilanciamenti che squilibrano i giusti rapporti tra produzione e distribuzione; a vantaggio di tutti, fruitori clienti compresi. Questi sarebbero segnali di civiltà, dove non predomina l’ingordigia, la bramosia di interessi economici conformi alle leggi del libero mercato, ma il senso del bene comune.

 

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 
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