Venerdì 18 Settembre 2020
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La generosità dei Veronesi fa onore al patrono San Zeno   versione testuale
Basilica di San Zeno, 21 maggio 2020 - Festa di San Zeno






 

Una festa grande per la Diocesi di San Zeno e per la città di Verona è quella del Patrono. A causa della pandemia, quest’anno siamo costretti a celebrarla in sottotono, con un numero contingentato di presenze, benché molto significative e rappresentative, tra le quali Autorità istituzionali politiche, civili e militari.

In un contesto sociale economico assai alterato rispetto ad esempio all’anno scorso, ci viene in soccorso il testo del Vangelo appena proclamato. Ci offre alcune linee maestre per affrontare la situazione carica di problematiche intricate, di non facile soluzione, con l’intelligenza della storia. Due in particolare, che sottoscriverebbe anche il Patrono San Zeno. La prima: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti, perché andiate e portiate frutto”. Ci basterebbe questo. Se realizzassimo anche solo questo messaggio già faremmo contento il Patrono e gli faremmo onore. Perché? Perché lui per primo ha avuto coscienza della sua importanza ai fini di un vivere di senso e a tal fine ha operato per portare Verona alla fede cristiana. In effetti, il Cristiano si qualifica anzitutto per la sua relazione interpersonale con Gesù Cristo, frutto di una proposta di Gesù stesso, e non come risposta a comportamenti eticamente impeccabili, bensì come gratuità assoluta. Il Cristiano si sente un chiamato a fare vita relazionale con il Signore stesso. La relazione è interamente improntata ad amicizia confidenziale e fiduciale. Se Gesù ha fiducia in noi al punto da proporci di entrare nel circuito e nel dinamismo dell’amicizia personale e intima con Lui, il Cristiano che ne prende consapevolezza ne coglie con riconoscenza la singolare opportunità. La sua esistenza terrena infatti viene riempita di senso, perché Gesù in persona è il Senso del vivere umano, come lo è del Senso dell’Essere di Dio Padre, nell’abbraccio dello Spirito Santo.

Forse a qualcuno, abituato al cosiddetto senso pratico, questa prospettiva di una vita impregnata di amicizia con Gesù, saprà di astrattezza. In realtà, chi ama riflettere più sul senso del vivere che sulla fattualità del vivere, avverte quanto agli effetti appunto del senso del vivere la relazione amicale è determinante. Oltretutto, nel dinamismo dell’amicizia germinano delle sensibilità comuni. Si potrebbe enunciare il seguente assioma: dimmi chi è il tuo amico del cuore e ti dirò chi sei. Tra amici veri è naturale l’osmosi dei valori e delle sensibilità. Per questo viene spontaneo accogliere ciò che più sta a cuore all’amico, nella reciprocità.

Nel caso specifico della relazione di amicizia del Cristiano con Gesù e di Gesù con il Cristiano, nella mente e nel cuore del Cristiano scatta la condivisione piena e incondizionata di quanto sta a cuore a Gesù. Ce lo ha svelato nell’ultima Cena. Ripetutamente. Si tratta del suo comandamento, espresso due volte nel volgere di otto versetti del testo di Giovanni appena proclamato: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Eco e continuità di quanto espresso due capitoli prima, dove Gesù aveva precisato: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Chi è convinto che il senso del vivere è Gesù Cristo e l’amicizia confidenziale con Lui, sente risuonare nelle profondità del suo essere la potenza incontenibile di questo imperativo morale che scaturisce dall’amicizia fattiva con Gesù. Sempre, ma con particolare incidenza nell’oggi pandemico, dal punto di vista sanitario e, non di meno, da quello etico-morale. Tutti sono convinti che la crisi economica, e la sua conseguente crisi sociale, è la vera spada di Damocle della pandemia sull’umanità. Per affrontarla con efficacia si impongono strategie politiche di ampio respiro. Ci riferiamo all’Italia. Certo, lo Stato deve trovare soluzioni politiche lungimiranti, con accordi internazionali, soprattutto europei, perché l’economia decolli con interventi mirati. Deve mettere le amministrazioni regionali, provinciali e comunali nella condizione reale di essere il suo braccio operativo efficace, perché i cittadini sentano lo stato non anonimo e lontano ma solidale e interessato ai suoi problemi; non lasciandole mai in balia di se stesse. Deve altresì elaborare leggi ispirate a saggezza, capaci di contemperare e calibrare le necessarie imposte, ma in rapporto al reddito effettivo, specialmente nei confronti di troppe aziende ancora vive, ma col fiatone, a rischio di chiudere se non sono opportunamente supportate, anche con ragionevoli detrazioni fiscali, sia pur di carattere temporaneo: meglio meno tasse oggi, che il loro azzeramento per chiusura coatta, e nessun gettito successivo per il domani.

Ma la soluzione più promettente viene dal cuore della cittadinanza. Sono interpellate in primo luogo le aziende in salute, ottima o comunque consistente. Il virus della crisi occupazionale creerà di fatto la peggiore delle pandemie. L’orizzonte delle possibili povertà è cupo, minaccioso, inquietante. Finché si è in tempo, occorre attivare ogni risorsa per mettere a disposizione il suo vaccino e l’anticorpo che è l’occupazione dignitosa. Se ne prende coscienza guardando il volto disperato dei genitori senza occupazione e quello dei loro figli che li interpellano con l’angoscia in cuore: “Ma allora, anche noi siamo dei poveri?”. Per loro è uno choc sociale che lascerà il segno per tutta la vita, rispetto ai loro coetanei più fortunati, non poveri, né impoveriti. Benemerita sarà allora l’azienda che invece di restringere al massimo il personale, i dipendenti, si disporrà ad essere talmente solidale con la società da rioffrire nuove possibilità di assunzione, nei limiti della sopportabilità. Lo sappiamo bene che Verona nel suo insieme è ricca. La ricchezza generale diventi davvero benessere per tutti. È questione di senso sociale, del percepirsi cioè corpo armonioso in tutte le sue membra. Un corpo sociale sta bene se stanno bene tutte le sue membra. Gli impoveriti per chiusura del proprio esercizio economico o per disoccupazione, a cui si aggiungeranno i poveri di sempre, se faranno massa critica, saranno una polveriera in stato di implosione. Poiché la fame non ragiona e non si ferma di fronte a nessun ostacolo. Finché si è ancora in grado, occorre ridurre al minimo le cariche di violenza antisociale, difficilissime da governare.

 

Oltre però a quanto sono chiamati a fare lo stato e le aziende in salute, anche chi è benestante, magari associandosi ad altri, potrebbe adottare qualche famiglia che resterà comunque senza occupazione. Potrebbe farlo o personalmente o attraverso l’assistenza sociale o la Caritas. E persino chi vive con dignità, ma senza tanti larghi, può contribuire con la sua generosità. Perché questa è la caratteristica di Verona, fin dai tempi di San Zeno: la generosità! Ne andava orgoglioso il nostro Patrono, come è documentato dal suo sermone sull’avarizia. Possa ancor oggi andarne fiero in tutte le persone che riconoscono in Lui il patrono. Carissimi Veronesi tutti, diamo prova di generosità lungimirante in un’ora storica che ne grida l’urgenza. Ne avremo tutti un grande beneficio. E faremo onore al patrono San Zeno.

 

 

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 
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