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Omelia della Pasqua di Resurrezione   versione testuale
L’esistenza cristiana come esistenza pasquale - Cattedrale di Verona, 12 aprile 2020






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Nella messa della sera di Pasqua la Liturgia consiglia come testo del Vangelo la lettura dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). Affascinante questo testo, nel suo dinamismo di sviluppo. Ha sempre messaggi vivi da consegnarci, specialmente in situazioni in cui la speranza è in sofferenza, in cui prevale lo stato d’animo di “off”, da depressione, rispetto a quello solitamente “on” da euforia, come è l’ora presente segnata in profondità dalla pandemia. Come i discepoli che stavano allontanandosi da Gerusalemme per dirigersi verso Emmaus, anche la nostra gente ha l’animo appesantito da tante vicende tristi: non si esaurisce la carica di contagi; troppo numerosi decessi per coronavirus segnano le giornate; siamo chiusi in casa come dei reclusi, senza festosità creata dall’allargare i posti a tavola per parenti e amici e sotto opportuna sorveglianza; sovrasta come spada di Damocle lo spettro della recessione economica e della conseguente chiusura di esercizi, negozi, fabbriche, con tutta la disoccupazione che ne sortirà; le nostre chiese impedite di accogliere a braccia aperte le assemblee domenicali del popolo di Dio, nemmeno oggi che è Pasqua. I media riempiono i palinsesti di notizie allarmanti. Respiriamo un clima pesante, surreale.

Ma non stiamo vivendo questa inedita e assolutamente imprevedibile situazione drammatica in solitudine. E non solo perché si sta mostrando al vivo una certa solidarietà, più sincera ed estesa del solito, ma ancor più perché c’è sempre al nostro fianco, o ancor meglio, dentro di noi quel Gesù che in noi continua a portare la sua croce nella quale si condensano anche le nostre croci. Sfoghiamoci pure con Lui, nella nostra preghiera benché arruffata. Gesù, fattosi anonimo compagno di viaggio, ha consentito ai due discepoli di sfogare le loro delusioni, che poi altro non erano se non quelle che riguardavano proprio Gesù, finito in croce e deposto in un sepolcro: “Speravamo …!”. Li ha ascoltati nelle loro lamentele. Ha condiviso la loro sofferenza. E così fa con noi. Fa sue le nostre apprensioni e sofferenze sanguinanti. E, al di là delle apparenze, è Lui stesso che ci conduce ad incontrarlo nell’Eucaristia, riconoscendone finalmente la reale presenza di persona interessata alle nostre vicende. Stando con Lui, nella costanza del dialogo, il cuore cambia registro, si riapre alla speranza, come è accaduto ai discepoli di Emmaus.

E, se lo vogliamo, nella nostra stessa vita entra la morte di Gesù e la sua risurrezione, con le risorse che sono loro proprie, e la trasformano al punto da farla diventare una esistenza pasquale. Proprio al dire di San Paolo, nella lettera ai Romani, Gesù “è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,25). Parole un po’ misteriose! In realtà, rivelano il senso salvifico della morte e della risurrezione di Gesù. Gesù è stato crocifisso dai nostri peccati. Ma nel lasciarsi crocifiggere per amore, ha crocifisso in sé i nostri peccati, il nostro uomo vecchio, demolendo e distruggendo il sistema del peccato che è la vera causa della sua morte. La sua Risurrezione poi è carica di risorse di vita spirituale, capaci di renderci giusti agli occhi di Dio, dando avvio in noi ad una vita nuova, davvero degna dell’essere umano.

Ecco l’esistenza cristiana come esistenza pasquale. Pur immerso nella cultura del sistema di peccato, intessuto di ateismo, egoismo, cattiveria, sopraffazione, smania di potere e di accumulo di denaro, superbia, libidine sessuale ... il cristiano – laico, consacrato o ordinato che sia - sente il bisogno di svincolarsene, fino a vivere in abituale grazia di Dio, ricorrendo soprattutto alla Misericordia di Dio e appena possibile al sacramento della Confessione, per improntare la sua esistenza sui valori tipici del mondo dei risorti in Cristo. Quel genere di esistenza che Luca negli atti degli Apostoli segnala come caratteristica dei primi Cristiani: erano un cuor solo e un’anima sola; partecipavano insieme ai momenti di preghiera; spezzavano il pane eucaristico, celebravano cioè l’Eucaristia, e avevano tutto in comune, esprimevano cioè una solidarietà tale per cui nessuno di loro era costretto a vivere nella miseria e di accattonaggio. In altre parole, manifestavano una vita di fede limpida e di concreta carità fraterna. È esattamente l’antisistema del peccato. Da notare che ciò non era un fatto individuale, ma comunitario. Ed è ciò che il Signore chiede a noi oggi. A livello di vita delle nostre comunità cristiane. Soprattutto a livello di famiglia, pur costretta a vivere in casa, anche un po’ angusta, facendo della casa un cenacolo come quello in cui erano racchiusi, a porte sbarrate, gli apostoli. Mentre imperversa come un cataclisma l’epidemia, abbiamo l’opportunità a livello di famiglia, di purificare la nostra fede dai vari fideismi, pregando insieme e, appena ci sarà concesso, di partecipare all’Eucaristia domenicale e festiva; di rafforzare i vincoli di fedeltà e di affetto genuino; di qualificarci come famiglia caratterizzata per essere un cuor solo e un’anima  sola: se non si è un cuor solo e un’anima sola, lasciando cadere qualsiasi motivo di litigiosità, come si potranno affrontare le difficoltà incombenti del dopo pandemia? Essere un cuor solo e un’anima sola vuol dire saper coniugare pazienza e benevolenza, coscienti oltretutto che quando una persona si sente ben voluta è predisposta a dare il meglio di sé, anche a costo di sacrifici; infine, di essere sensibile alle necessità dei più poveri. Pensiamo ai poveri di adesso. Pensiamo ai poveri, di sempre e a quelli ridotti in povertà nel dopo pandemia. Quanta sofferenza, oggi già palpabile, in termini di preoccupazione sul domani occupazionale, quando verrà a galla nel dopo pandemia! Quanto allora la sensibilità caritativa nei confronti di queste spaventose situazioni che si stanno profilando documenterebbe la potenza in noi del Risorto! Proprio questo cambiamento che avviene nel cuore del credente e nella sua famiglia è la più efficace testimonianza della Risurrezione, la sola capace di produrre i miracoli della fede autentica e del purissimo amore fraterno. Una vita così, con documentazione di fatti miracolosi oggi, tanto più miracolosi quanto più sono espressi in una cultura che ne è la negazione, testimonia che la Risurrezione è una Realtà e non un mito.

E se fosse questa del 2020 una Pasqua paradigmatica per il clima che siamo riusciti a creare in famiglia, pur in terra d’esilio rispetto ai tempi d’oro della vita godereccia e spensierata, quando eravamo travolti dall’esteriorità e lasciavamo denutrita e anoressica la vita dello spirito! Tutto è possibile per chi crede davvero nella potenza della Pasqua di Cristo. Ce ne ottenga la grazia la Vergine Maria, la prima ad essere segnata proprio dal Mistero della Pasqua del suo Figlio Gesù.

 

 

X Giuseppe Zenti
 Vescovo di Verona

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