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La mia casa è casa di preghiera per tutti i popoli   versione testuale
Cattedrale di Verona, 13 settembre 2019 - Anniversario della dedicazione della Cattedrale






La Parola di Dio proclamata in questa liturgia della dedicazione della Cattedrale ci indirizza a riflettere sull’importanza e il valore della preghiera.

Attraverso il profeta Isaia Dio ha annunciato: “La mia casa è casa di preghiera per tutti i popoli”. Gesù alla Samaritana: “Dio è Spirito e chi lo adora, lo adora in Spirito e verità”. L’apostolo Paolo nella prima ai Corinti ci ricorda che in quanto battezzati e credenti in Cristo siamo il tempio santo di Dio abitato dallo Spirito.

Si parla dunque di una casa di preghiera, alludendo in senso generale al tempio di Gerusalemme verso il quale sarebbero confluiti tutti i popoli alla ricerca di Dio, per intrattenersi in preghiera con Dio. Ma, precisa Paolo, il vero tempio vivente di Dio è l’insieme dei credenti in Cristo, il Corpo ecclesiale di cui Cristo è il Capo; in questo Corpo abita lo Spirito Santo che abilita il popolo dei credenti a mettersi in dialogo filiale, confidenziale, con il Padre: “Abbà, Papà!”, in atto di adorazione nello Spirito della Verità che è Gesù Cristo stesso, come sottolinea il testo di Giovanni.

Sostanzialmente, la casa - il tempio di Dio, sia nei termini architettonici sia, soprattutto, spirituali che fanno riferimento al cuore dell’uomo, evoca l’incontro orante con Dio.

La preghiera come essenza di tutte le religioni

L’uomo di tutti i tempi e di ogni identità culturale ha sempre manifestato il bisogno di elevare lo sguardo al Cielo, al mondo della Trascendenza, benché in forme non sempre limpide, magari cariche di magia e di superstizione. E tuttavia, anche in forme pubbliche e con riti coinvolgenti, benché non sempre con modalità di comportamento coerente, le grandi Religioni hanno concordemente fatto convergere sulla preghiera l’essenza stessa del loro essere religione. Tutte comunque considerano la preghiera come il respiro profondo della persona umana, ritenuta radicalmente religiosa, che attinge l’ossigeno vitale dalle profondità del Mistero di Dio. Mai come quando prega l’uomo si sperimenta nella sua sublime dignità di persona.

 

                         L’aridità d’animo dell’ateo non orante

Ma, soprattutto con l’Illuminismo, nella storia ha fatto irruzione un deismo astratto, di cui la fredda e imperturbabile dea ragione fu l’icona. Il passo all’ateismo ideologico fu breve. E, di conseguenza, anche a quello pratico che, come è noto, mira a creare una cultura aliena da ogni possibile riferimento a Dio, per nulla conosciuto, ma avversato perché scomodo in ogni caso, anche al solo ipotizzarlo. L’essenza di questo ateismo pratico consiste nel convincere la gente che senza Dio si può vivere e persino vivere meglio, senza limiti e vincoli alla libertà, con gli insopportabili veti religiosi, e senza scrupoli etico morali. La cultura dell’ateismo dichiara Dio del tutto superfluo e insignificante agli effetti del benessere dell’umanità e l’uomo del tutto autosufficiente per edificare una società avanzata. Sta di fatto che invece di adorare Dio, come Essere Trascendente, l’ateo idolatra la scienza, la tecnica, il proprio io individuale. E si intruppa in quel flusso di persone che nello stimarsi dotte e libere, critiche e mature, si stanno coalizzando per creare le brecce culturali predisposte non solo per il post umanesimo ma persino per il trans umanesimo, l’oltre uomo, in atto di scalare il monte dell’assoluto, identificato con la loro idea di uomo che sostituisce Dio, in tutto e per tutto.

Qui spazio per la preghiera non esiste. Nemmeno per i bambini. Ce se ne guarda bene, anche in alcune scuole dell’infanzia, nelle quali si grida alla laicità della suola da salvaguardare nei confronti di ancestrali forme medievali: fuori Dio dalla scuola! È uno dei segni dello scatenamento diabolico contro tutto ciò che può essere riferimento a Dio! Allucinante, specialmente in una Nazione le cui radici culturali civili sono cristiane. Tant’è che non ci è lecito restare indifferenti di fronte all’ondata di ateismo, gelido e disumanizzante, che si riversa sulle nuove generazioni, non più abituate a pregare, né in chiesa, né in famiglia, né nel segreto del cuore. Come se di fatto la preghiera meritasse di essere considerata superflua o, al massimo, un optional per persone in situazione di astenia interiore, di fragilità psichica, che hanno bisogno di aggrapparsi a qualche cosa, anche di illusorio, per non lasciarsi risucchiare dall’abisso della disperazione. In realtà, sarebbe cosa sapienziale che proprio gli atei professi ideologicamente o pratici si interrogassero sulle ragioni del loro ateismo e avessero il coraggio di domandarsi se non pregano perché sono atei o sono atei perché non pregano, indipendentemente dal fatto che Dio esista o no, in quanto a loro Dio non interessa proprio, anzi, dà fastidio perché viene considerato impedimento ostativo all’esercizio incondizionato della loro libertà.

Sta di fatto che i risultati di una cultura allergica a Dio e, di conseguenza, alla preghiera, sono sotto gli occhi di tutti. L’uomo ateo, che non prega, è fatalmente arido dentro e, perciò, anche insensibile verso il prossimo. La cultura dell’individualismo, dell’egoismo e dell’indifferenza ne è la prova.

Le ragioni sapienziali della preghiera

È giusto tuttavia chiederci con onestà se nella cultura di oggi, che snobba la preghiera come retaggio di un passato arazionale e dipendente da forme mitiche, ci si sono ragioni sufficienti per convincere l’uomo che la preghiera è la dimensione più sublime dell’essere persona umana. La prima in assoluto: Gesù stesso ha pregato, strappandosi tempi adeguati per intrattenersi in dialogo confidenziale con il Padre. In secondo luogo, quando l’uomo prende coscienza della sua realtà, senza mistificazioni, si percepisce un essere fatto da un Altro, non un autocreatore; si sperimenta creatura protesa verso la fonte del suo stesso essere, che è l’Assoluto di essere, cioè Dio. Una terza osservazione: l’uomo è per natura relazione, con se stesso e con gli altri esseri umani. Tuttavia, quando dà voce alla sua autenticità e ai suoi più profondi impulsi di relazione, sperimenta nella sua interiorità la necessità vitale di entrare in relazione con l’Assolto, in definitiva con il Mistero dell’Amore trinitario che è essenzialmente relazione interpersonale. Per queste ed altre ragioni la preghiera è un bisogno dell’uomo che ama se stesso al punto da volersi amato da Dio in Persona, che gli consente, anzi desidera, entrare in dialogo confidenziale con i suoi figli nel Figlio.

In che cosa consiste infatti la preghiera se non nella possibilità di entrare in dialogo filiale confidenziale con Dio Padre, per mezzo del Figlio nel dono dell’Amore che è lo Spirito Santo, abbraccio ineffabile tra il Padre e la sua Immagine, il Figlio (cfr Agostino), l’amore e il sorriso trinitario? (cfr Dante). Tutto nella assoluta gratuità. La preghiera è dono, un regalo divino, molto più che un impegno dell’uomo. Dio non ha bisogno della preghiera dell’uomo per sentirsi Dio. È l’uomo che ha bisogno di entrare nel circuito della vita divina per realizzarsi al massimo delle sue potenzialità.

Gli effetti benefici della preghiera

Uno degli effetti propri della preghiera pertanto è quello di spostare il baricentro della vita dal proprio io a Dio. La preghiera ci fa uscire da noi stessi e persino dalla ricerca delle forti emozioni di carattere religioso, per buttarsi tra le braccia di Dio, “come un bimbo svezzato tra le braccia di sua madre” (Sal 131), per vivere secondo i suoi desideri di Padre, pieno di benevolenza. Di conseguenza, ci carica delle risorse del suo amore per vivere di amore verso Dio, con cui l’orante è in contatto permanente e verso il prossimo. La preghiera infatti è finalizzata alla qualità della vita, improntata interamente sui parametri dell’amore divino. Non ci aliena dunque dal vivere quotidiano, ma ci fa vivere la quotidianità da figli di Dio, per così dire in modo mistico: ci mette in costante colloquio filiale con il Padre. Ci fa vivere tutto con Lui, in Lui, per Lui. Ci fa vivere Lui nella ferialità.

Le forme espressive della preghiera

Le forme espressive sono molteplici. Importante è la preghiera personale, che spesso è occasionata da una esperienza di bellezza in cui contemplare la bellezza di Dio e ringraziarlo: la bellezza della natura, delle opere d’arte, della celebrazione del matrimonio, della nascita di un figlio, di eventi particolarmente significativi e gratificanti; ma potrebbe essere occasionata anche da accadimenti tristi, intrisi di sofferenza e allora la preghiera si fa supplica, fiducia e affidamento. È importante poi la preghiera in famiglia, la prima scuola di preghiera e il primo tempio consacrato alla preghiera e alla educazione alla preghiera. A questo riguardo non può non preoccupare il fatto che fin da bambini in troppe famiglie non si insegni più nemmeno il segno della croce, l’Ave Maria e il Padre nostro. Ma in modo del tutto speciale importante è la preghiera liturgica, in particolare eucaristica e salmodica. Preghiera liturgica celebrata nel suo tempio sacro quali sono le case di Dio disseminate in Diocesi, che nella Cattedrale hanno la propria matrice e l’icona. In ogni caso, il tempio tra tutti il più sacro a Dio è il cuore dei credenti che dà garanzia di autenticità alla preghiera, fatta appunto assecondando l’afflato dello Spirito di Verità. Anche solo un segno di croce e una genuflessione segnalano l’intensità di clima orante nella fede che regna nell’animo del credente. La fede è l’anima della preghiera; e la preghiera è il nutrimento della fede. Una fede nutrita di preghiera è poi la fonte che fa zampillare la carità. Chi dicesse di pregare ma non testimonia la carità, con atteggiamenti di insensibilità, smentisce il senso del suo pregare. Chi al contrario intende testimoniare la carità senza adeguata preghiera, presto o tardi si troverà l’animo inaridito anche di carità.

Potremmo indugiare pure su altre forme significative di preghiera: la preghiera di Gesù, il Padre nostro, la lectio divina, il rosario, la via crucis, l’adorazione, il “Ti adoro, mio Dio, Ti amo con tutto il cuore, Ti ringrazio d’avermi creato ...”, preghiere spontanee. A patto che tutte propizino la preghiera del cuore.

I prerequisiti per una preghiera del cuore

Certo, la preghiera non è frutto di spontaneismo. Richiede almeno quattro condizioni. Anzitutto l’abitudine al silenzio interiore che funziona da “campo” comunicativo per intercettare l’autentica voce di Dio e per sintonizzarsi con essa. In secondo luogo un costante esercizio di preghiera, con una certa disciplina e magari frequentando una scuola di preghiera. In terzo luogo la predisposizione interiore a trasformare le preghiere in preghiera del cuore, senza preoccupazione di recitare tante preghiere, magari con una certa accelerazione, senza adeguati respiri. Il nostro deve essere un tempo riservato alla preghiera più che alle preghiere, finalizzate tutte alla preghiera del cuore. E l’umiltà del cuore, condizione senza la quale tutto il resto rimane vano, come ci ammonisce la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio.

Ed ora mi rivolgo direttamente ai cresimandi adulti. Carissimi, tra poco lo Spirito Santo prenderà stabile dimora in voi come nella sua casa, nel suo tempio, per fare di voi dei testimoni nella vita della sua presenza dinamica in voi. Ricordate che la prima funzione dello Spirito Santo è quella di tenervi in comunicazione con Dio Padre, a tu per Tu con Lui, da figli nel Figlio. Nel pregare, con la preghiera del cuore, vi accorgerete che il vostro non è mai uno spreco di tempo: è il tempo dell’umanizzazione alta, poiché non siamo mai tanto umani come quando attingiamo umanità dal Mistero dell’Amore trinitario di Dio. Ne è l’icona sublime la Vergine Maria, donna del silenzio, donna dell’umiltà, donna dell’orante abbandono fiducioso alla volontà del Padre.

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