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Essere discepoli di Cristo senza condizioni, sull'esempio di Maria   versione testuale
Cattedrale di Verona, 8 settembre 2019 - Madonna del Popolo






Coincidendo la memoria della natività di Maria, per noi Madonna del Popolo, con la domenica, liturgicamente festa, la domenica ha la preminenza. Non ci distanzierà tuttavia dal valore e dal significato della natività di Maria.

La liturgia di questa ventitreesima domenica del tempo ordinario suona come un appello ad essere discepoli di Cristo senza condizioni, sull’esempio di Maria.

La pagina del libro della Sapienza proclamata come prima lettura ci mette di fronte alla constatazione che ad ogni persona è consentita soltanto una conoscenza limitata, specialmente nei riguardi del volere di Dio: “Chi può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”. Soprattutto, è per noi arduo disporci a lasciarci istruire su ciò che è gradito a Dio, come espressione alta di fede: implica una fiducia assoluta, pronta non soltanto ad eseguire ciò che Lui comanda, come i militari, ma soprattutto ad intercettare e vivere da figli i contenuti dei suoi desideri che esprimono il massimo di amore.

La pagina del Vangelo di Luca precisa in che cosa consiste l’essere graditi a Dio: nell’essere discepoli di Gesù. Non in una massa anonima e di pura tradizione, più abituata al senso del ritualismo che segnata da fede viva, ma in un rapporto singolare, personale: “Una folla numerosa andava con Gesù”. Ma Gesù, come annota Luca, si voltò verso la folla, mostrando il suo volto, indirizzandosi ad ogni persona di quella folla, e facendo una proposta, in attesa di una risposta libera e consapevole, frutto di un discernimento meditato, ponderato. Pone tre condizioni a chiunque decide di essere suo discepolo. La prima: mettere Lui, Gesù, al primo posto, in assoluto, senza compromessi; subordinando tutto a Lui, anche i legami familiari e la stessa propria persona, non per annientarli, ma per collocarli al loro giusto posto: nessuno davanti a Gesù; tutti nel quadro del discepolato che fa imparare ad amare gli altri e se stesso in Gesù e come Gesù. Il che significa non meno, ma in modo più autentico. La seconda: portare la propria croce quotidiana con Lui, il Crocifisso. Si tratta della croce della fedeltà, particolarmente pesante in una cultura della non fedeltà, allergica e avversa a Cristo e ai credenti in Lui. Essere fedeli al Padre come Gesù e in Gesù in un contesto culturale e sociale che marginalizza e tende a ridurre all’insignificanza il patrimonio dei valori del Cristianesimo, è un carico non indifferente, benché ci conforti il fatto che Gesù stesso porta con noi la nostra croce. La terza, segnalata alla fine della pagina del Vangelo: essere disposti a lasciare ogni bene materiale per Gesù, in quanto i beni materiali mirano a diventare degli idoli, in sostituzione di Gesù.

Per essere più convincente, Gesù propone due esemplificazioni, che riguardano l’una la costruzione di un edificio e l’altra l’allestimento di un esercito: chi ha intenzione di edificarsi una casa predispone ogni cosa, facendo i calcoli precisi per non dover lasciare sospesa l’edificazione; in modo analogo, se un re decide di affrontare l’esercito di un altro re prende tutte le sue misure. Per dire che chiunque decide in cuor suo di essere vero discepolo di Gesù non può avere tentennamenti: dopo aver ponderato adeguatamente, non volge indietro lo sguardo nostalgico.

Per estensione, e per così dire come conseguenza della capacità di radicale scelta per Cristo, richiedono ponderazione, riflessione, discernimento le grandi scelte vocazionali, compiute in Cristo, quella alla vita sponsale famigliare, che richiede senso di responsabilità nella scelta oculata della persona con cui formare coppia in Cristo; quella alla vita consacrata e alla vita ordinata; persino la scelta dell’indirizzo scolastico e della carriera.

Le conseguenze dell’essere con decisione discepoli di Gesù conducono ad una esistenza paradigmata sulla sua sensibilità: discepoli che, con la sua grazia, si impegnano a testimoniare lo stile di vita di Gesù stesso. A partire ovviamente dalla carica di amore verso i più bisognosi, come ci ha indirizzati a fare Paolo che nella brevissima lettera al discepolo Filemone gli ha segnalato il comportamento da tenere con il suo schiavo, Onesimo, fuggito dopo aver danneggiato il suo padrone. Gli suggerisce di trattarlo come se fosse Paolo in persona, dandogli la possibilità di riscattarsi, anzi di sublimarsi, al punto da trasformarlo da schiavo a fratello nel Signore. È questa la più radicale rivoluzione che caratterizza il Cristianesimo sul piano anche sociale: in Cristo e per amore suo essere al servizio delle situazioni di disumanità.

In questo contesto prende risalto la presentazione di quattro uomini tra i candidati al diaconato permanente, tre sposati e uno celibe. Non li ordino diaconi in questo momento, ma li accolgo tra coloro che hanno manifestato apertamente e liberamente la disponibilità a diventare un giorno diaconi, dopo un adeguato percorso formativo, con l’accordo e il sostegno della moglie per chi è uxorato, e dopo un discernimento compiuto dai formatori e sancito dal vescovo. Carissimi candidati, in questo itinerario che vi attende esercitatevi con sempre maggior intensità, motivati dal senso di fede, all’attenzione verso le persone maggiormente in difficoltà sotto i vari aspetti. Svigorite sempre di più il senso innato dell’autoreferenzialità, per riservare lo spazio del vostro animo all’amore di Cristo per i poveri: dall’io individualista ed egoista all’Io di Cristo che cresce e si matura in voi.

Carissimi tutti, nelle sere della novena della Madonna del Popolo, animata dalle parrocchie del centro città, abbiamo rivolto lo sguardo di benevolenza sui giovani, oggi tra i più poveri perché più abbandonati, riflettendo sull’Esortazione apostolica post sinodale di papa Francesco che ha come focus i giovani, la Christus vivit. L’esortazione intende esplicitare la bella notizia che Gesù ha una singolare predilezione di amore verso i giovani. Li ama al punto da voler farli partecipi della sua vita, del suo modo di vivere, l’unico che assicura autenticità alla felicità di cui i giovani sono assetati fino all’arsura.

Alla comunità cristiana compete educare i ragazzi, i preadolescenti, gli adolescenti e i giovani a conoscere, ad accogliere nel loro cuore e ad amare Gesù Cristo, al punto da farlo sperimentare come il loro assoluto, il loro singolare smart-phone. Certo è un’impresa educativa ardua quella di far incrociare Cristo con i giovani distratti e alienati dal loro habitat di social, ma è anche affascinante, comunque urgente, per il bene che vogliamo loro, portarli a Cristo come Senso pieno e ultimo del vivere umano ad alta quotazione.

In queste sere abbiamo pregato per loro e per le famiglie perché siano ambienti educativi adatti, nell’oggi estremamente complesso, a generare e nutrire una fede convinta, pur nel travaglio della sua maturazione, radicata nella Parola di Dio e nell’Eucaristia e maturata nella comunità cristiana, cioè nel Popolo di Dio, di cui Maria è Madre.

                                                                                                                                                                                           Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 
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