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Dio ha rivolto il suo sguardo all’umiltà della sua serva   versione testuale
Cattedrale di Verona, 15 agosto 2019 - Assunzione della Beata Vergine Maria






 Carissimi, fa più notizia impattante la supervincita di 209 milioni al super enalotto, che interessa una sola persona fortunata vincente, rispetto alla solennità dell’Assunta che ha una ricaduta benefica sull’umanità intera. Da una parte si impone la fortuna, dall’altra regna la grazia. Lasciando da parte il caso specifico, Dio non rivolge il suo sguardo di benevolenza sui ricchi e i fortunati, se sono egoisti, ma sugli umili, come ci ha ricordato il testo del Magnificat nella edizione dell’evangelista Luca: “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva”. Eco, per così dire, del compiacimento originario di Dio nei confronti della creazione dell’essere umano, maschio e femmina, aperti alla trasmissione della vita: “Dio rivolse il suo sguardo a ciò che aveva fatto; ed ecco, era cosa degna di Lui!”. L’uomo allo stato di verginità spirituale, non ancora corrotto dalla superbia per istigazione di satana.

Tutta la sacra Scrittura afferma che Dio si compiace di abitare il cuore degli umili. Tra i vari testi: “Rivestitevi tutti di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1 Pt, 5,5, con riporto di un versetto del libro dei Proverbi). E compie grandi imprese con gli umili: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo Nome!” (Lc 1,49), perché gli umili non Gli pongono tanti e insormontabili ostacoli. Si fidano totalmente di Lui; Gli danno credito incondizionato e Gli mettono a disposizione persino la propria libertà: “fa’, o Signore, di me e in me ciò che piace a Te. Conta su di me”, proprio come ha fatto Maria (Cfr Lc 1, 38).

Il Padre si è compiaciuto soprattutto del Figlio umiliatosi nell’Incarnazione fino a velare, apparentemente a svuotare, la sua divinità e nella passione culminata nella morte in croce. Per questo lo ha esaltato fino alla gloria della risurrezione (Cfr Fil 1). Con l’umiltà del Figlio, il Padre ha risanato la ferita sanguinante e mortale inferta all’umanità di tutti i tempi dalla superbia dei progenitori. Ai discepoli, tendenzialmente superbi e autoreferenziali, non esita a segnalarsi come icona di umiltà e, di conseguenza, di mitezza: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). In Gesù, Dio si trova a suo agio con gli umili e li coinvolge volentieri nelle sue imprese, come documentato dalle pagine del Vangelo.

Del resto, l’umile è consapevole che in lui tutto è grazia di Dio; riconosce in Dio la fonte di ogni suo bene. E collabora volentieri con Lui.

L’esperienza ci conferma: con gli umili si vive bene; con i superbi e gli arroganti, che sempre si danno assoluta ragione, sanno tutto loro e sono indisponibili al dialogo e al confronto pacato, la vita diventa un purgatorio pesante.

È interessante conoscere l’etimologia di umiltà: humus, il terriccio macerato, “smarsìo”, fecondo di frutti di bene, non preoccupato di sé, ma solo di essere utile per gli altri.

C’è un salmo, tra i più brevi del Salterio, che ci narra lo stato d’animo della persona umile: “Signore, non si esalta il mio cuore, né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me. Io resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia” (Sal 131).

L’umile non va in cerca di grandezza e notorietà. Non ne ha bisogno. Valuta tutto sui parametri di Dio, ciò che Dio considera grande o insignificante. E vive nella serenità, pur in mezzo ai travagli della vita da cui nessuno è immunizzato.

Maria, umilissima, abbassata al massimo consentito ad una creatura intelligente, per la potenza del Mistero della Risurrezione di Gesù, è portata da Dio al di sopra delle stelle, nel mondo della Trascendenza, nel mondo dei risorti, in anima e corpo. Questa è la logica di Dio. Una logica che è bene tenere monitorata nella sua dimensione panoramica e non con la nostra “veduta corta di una spanna”, per dirla con Dante (Par XIX, 81).


 

Carissimi, celebriamo la solennità dell’Assunta con animo lieto di sapere qual è la nostra destinazione finale, quella a cui Maria è già giunta, da dove ci fa da Mamma. Ne invochiamo l’intercessione sulla diocesi e sulle nostre famiglie con i famosi versi con cui Dante, ospite di Verona, va verso la conclusione del suo viaggio ultraterreno, con il canto XXXIII del Paradiso:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio, 

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore. 

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.”

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate. 

L’Assunta, che veneriamo con singolare devozione nella nostra Cattedrale, ci ottenga grazie speciali di umile disponibilità a contribuire all’avvento del Regno di Dio nella nostra diocesi di San Zeno.

 

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 

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