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Sant’Agostino amico, condiscepolo e maestro   versione testuale
Pavia, 29 aprile 2019






Da tantissimo tempo desideravo venire alla tomba di Sant’Agostino, che da più di quarant’anni considero come il mio maestro di spiritualità e di pastoralità. Ed ora provo l’emozione di trovarmi davanti all’urna di una persona che evoca santità alta e incontaminata, frutto della misericordia di Dio; uno dei più grandi Padri della Chiesa, in assoluto (quasi coetaneo di San Zeno, suo conterraneo in senso lato: dell’Africa settentrionale missionaria); quei Padri della Chiesa, che sono i Padri della fede, annunciata nella sua autenticità e integrità e da loro testimoniata. Agostino poi sta ben collocato nel panteon di quella manciata di geni, cioè di stelle di prima grandezza, che Dio ha regalato all’umanità perché siano via a Dio, di cui sono vasta orma. Genio a tutto tondo, come pochi, Dante e Leonardo ad esempio, con l’aggiunta del genio al superlativo: la santità elevata, esemplare.

Come si fa a non appassionarsi di Agostino a mano a mano che lo si conosce, interprete com’è dell’umanità che è in noi, con le sue fragilità, criticità e miserie, ma anche con le sue impennate di elevazione a Dio, verso cui è proteso? Ricordiamo tutti l’incipit delle Confessioni: “Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te!”. Agostino è testimone del travaglio umano che ondeggia tra desiderio di Dio e seduzione all’alienazione. È soprattutto il testimone straordinario di chi è Dio per lui, in  Gesù Cristo. Per cui Agostino è certo del Suo esserci, perché l’ha sperimentato come Salvatore.

Oggi la liturgia celebra la festa di Santa Caterina da Siena patrona d’Italia e copatrona d’Europa. A circa mille anni di distanza dall’esistenza terrena di Agostino, come lui Santa Caterina è un prodigio della grazia misericordiosa di Dio (1347-1380). Morta all’età in cui Agostino si convertiva e veniva battezzato (il 24 aprile del 387), non lontano da qui, a Milano dal vescovo Ambrogio.


 

 

Possibili accostamenti tra Sant’Agostino e Santa Caterina da Siena

Mi permetto ora di evidenziare, sia pur per cenni, alcuni possibili accostamenti tra i due santi.

*Sono Santi giusti al tempo giusto, ma con l’onda lunga nei secoli successivi del loro pensiero e della testimonianza della santità eccezionale della loro vita.

*In Agostino e in Caterina Dio ha mostrato che cosa sa fare nelle persone semplici: “Ti ringrazio, o Padre perché ai rivelato ai piccoli i misteri del Regno” (Cfr Vangelo della festa di Santa Caterina): all’illetterata Caterina Dio ha svelato in termini mistici i misteri della “Deità eterna, eterna Trinità”, mentre ad Agostino li ha rivelati in termini teologici. Ed ha svelato che cosa sa fare negli umili: “imparate da me che sono mite e umile di cuore” (ivi): una umanità al superlativo, una santità incarnata, persino nella mistica Caterina, che comunque teneva i piedi per terra. E per quanto riguarda Agostino, quante volte ha fatto riferimento all’umiltà e alla superbia: “Non ero ancora umile per accogliere in me il Dio umile … Due amori fecero due città: quella terrena cioè l’amore di sé fino al disprezzo di Dio; quella celeste invece l’amore di Dio fino al disprezzo di sé” (“Duo amores fecerunt civitates duas: terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei; caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui”: De civitate Dei 14,28). In concreto, le due città, quella terrena e quella celeste sono blindate, e perciò impenetrabili tra di loro, l’una dalla superbia, l’altra dall’umiltà. La superbia e l’umiltà sono il crinale tra una società ad alto quoziente di civiltà e una società idolatra e in definitiva inumana.

*Ambedue sono vissuti in tempi di scismi e di turbolenze: Caterina è vissuta nell’ultima fase della “cattività avignonese”, mentre gli stati europei e quelli italiani erano in preda a guerre e guerriglie. Agostino a sua volta è vissuto tra le turbolenze anche sociali provocate dai Donatisti, e l’arduo impegno di fronteggiare il paganesimo, l’arianesimo, il manicheismo, il donatismo come scisma e il pelagianesimo.

*Ambedue sono stati coinvolti in prima persona sul fronte della pace: Caterina fu girovaga in missione di pace tra i regnanti. Agostino ha cercato con tutto il suo genio e la sua passione per l’unità della Chiesa le vie della razionalità per convincere con il dialogo eretici e scismatici, persuaso com’era che “non vince se non la verità; portiamo loro le nostre ragioni con mano di velluto; la vittoria della verità è la carità” (“non vincit nisi veritas; non de victoria exultantes sed leniter rationem reddamus; victoria autem veritatis caritas”). E le splendide definizioni di pace contenute nel libro 19 del De civitate Dei. Per esempio: “La pace tra gli uomini è l’ordinata concordia … la pace di tutte le cose è la tranquillità dell’ordine” (“Pax hominum ordinata concordia … pax omnium rerum tranquillitas ordinis”).

*Li unisce poi la fede appassionata in Gesù Cristo. Per Caterina Cristo è considerato soprattutto come Crocifisso, che versa il suo sangue per la redenzione dell’umanità, secondo il testo che abbiamo ascoltato come prima lettura: “il sangue di Cristo ci purifica da tutti i nostri peccati” (1 Gv 1,7). Per Agostino Cristo è il focus della sua trilogia: Cristo Salvatore centro e ragione della sua vita nelle Confessioni; Cristo rivelatore dell’amore del Padre e restauratore dell’immagine di Dio Uno e Trino dell’uomo decaduto nel De Trinitate; Cristo unico Mediatore, fine ed ermeneutica di tutta la storia nel De civitate Dei. E poi: Cristo Capo e Sposo della Chiesa, il Cristo totale (Christus caput e sponsus Ecclesiae: Christus totus!).

*Li unisce l’amore viscerale per la Chiesa, in funzione della cui comunione fraterna in Dio hanno consumato la loro vita. Caterina ha profuso un amore spasimante e crocifisso per la Chiesa! Per Agostino la Chiesa è il Corpo e la Sposa di Cristo, casa e popolo di Dio, campo in cui sono seminati il grano e la zizzania, con la necessaria tolleranza, frutto dello Spirito.

*Sulla figura e la funzione del Papa: per Caterina il Papa è “il dolce Cristo in terra” e per Agostino, tra le varie definizioni, è l’“unità tra i molti” (“unitas in multis!”.

*Li accomuna il tema della Provvidenza. Per Caterina basta citare “Il dialogo della divina Provvidenza”; e per Agostino il “De civitate Dei” che è l’epopea della Provvidenza di Dio nella storia umana, dalle origini fino alla fase escatologica (Mi sia consentito di annotare il fatto che il più antico manoscritto del De civitate Dei si trova nella Biblioteca Capitolare di Verona).

*Un altro tratto che avvicina Caterina e Agostino è la fiducia nella Misericordia di Dio. Le citazioni sarebbero infinite.

*La devozione a Maria suggella la loro fede in Cristo. Caterina considerava la Vergine Maria come sua istitutrice. Agostino su Maria ha pagine di una bellezza teologica da lasciare incantati. Cito due testi celebri: dopo aver precisato più volte che nell’utero di Maria si sono celebrate le nozze tra Dio e la natura umana, conclude: “Maria reggeva il nostro re e allattava il nostro Pane … Maria è più beta nell’accogliere Cristo nella sua mente che nel concepirlo nel suo utero” (“Maria regebat regem nostrum et adlactabat panem Nostrum! … Beatior Maria percipiendo Christum in mente quam concipiendo in utero”).

*Infine merita un raffronto tra i due sul piano culturale. Caterina era una illetterata, ma era illuminata dal Verbo di Dio. Agostino invece era un finissimo retore e letterato, un genio della letteratura umana e teologica. Di nessun altro dell’antichità possediamo un patrimonio culturale così vasto e profondo. Agostino potrebbe essere considerato come un focus per infiniti autori, al fine di poterne cogliere i tratti di pensiero condivisi, primo tra tutti Tommaso d’Aquino, suo estimatore. Sul piano culturale Agostino aveva la capacità di mettere a dura prova menti perspicaci, mentre sul piano pastorale aveva il genio di farsi capire dalla sua gente: pastori, contadini, pescatori. Si potrebbe dire che aveva il dono di spezzare alla plebe la Parola (Verbum plebi fractum).

Ogni volta che leggiamo i suoi scritti, ancor oggi anche noi abbiamo la percezione che, da condiscepolo, come amava considerarsi e denominarsi, nell’unica scuola dell’unico Maestro, sotto la medesima Cattedra, ci stia spezzando la sua parola tutta impastata di Parola di Dio.

Agostino insegna a coniugare caritas veritatis e necessitas caritatis

Con la confidenza di un condiscepolo e amico, oso allora chiedere ad Agostino una grazia singolare per me e per i miei confratelli del Collegio dei Vescovi sotto la guida di papa Francesco: di tenere in noi viva la coscienza del “Con voi sono cristiano. Per voi sono vescovo” (“christianus vobiscum, episcopus vobis); e del fatto che “l’episcopato riguarda il suo esercizio ministeriale e non l’onore connesso” “Episcopatus nomen operis est non honoris), e che “Presiedere vuol dire essere di utilità” (“praeesse si prodesse”). Chiedo soprattutto di imitarlo nell’amore per la Verità (caritas veritatis) che ricerca un tempo libero santo” (“quae quaerit otium sanctum) e nell’esercizio necessario della carità pastorale (“necessitas caritatis”), che Agostino sperimentava come un peso di cui dover rendere un pesante conto a Dio (“sarcina episcopatus”).

Ci ottenga il dono di coniugare sapientemente questo binomio vitale: l’amore della verità e la necessità della carità pastorale. Ci dia il coraggio di saperci strappare adeguate soste spirituali, che servono per decantare la realtà arruffata e per alimentarci di Verità, necessarie per una vita di santità nella pastoralità. Anche negli ordinati, preti e vescovi, vi è una necessaria vena vitale di monachesimo, cenobitico! Senza la quale inaridiamo fatalmente. Memori appunto dell’ammonimento di Agostino, contenuto, come alcune citazioni precedenti, nel libro diciannove del De civitate Dei: “Ma nemmeno così (nella condizione di vita pastorale) in nessun modo si deve disertare il diletto della verità, perché non venga sottratta quella soavità ed opprima questa necessità pastorale” (“sed nec sic omni modo veritatis delectatio deserenda est, ne subtrahatur illa suavitas et opprimat ista necessitas” (De civ Dei 19,19).

A questa condizione, di coniugare caritas veritatis e necessitas caritatis, sperimenteremo dal vivo la gioia e la bellezza di pascere il gregge del Signore come ministero di amore, attinto da Cristo da riversare sul gregge: “officium amoris pascere dominicum gregem” (In Io Ev 124).

E allora qui sulla tomba del grande amico e padre Agostino, per aver incontrato il quale non mi basterà una vita intera, ormai nel suo volgere verso il “sabato eterno”, per esprimermi nei termini agostiniani, al fine di ringraziare Dio adeguatamente, io stesso rinnovo la volontà di pascere il gregge del Signore come ministero di amore a Lui, e ne chiedo a Dio la grazia, per l’intercessione di Sant’Agostino.

 Mi sia consentita però una parola di incoraggiamento e di apprezzamento anche a voi, frati che ispirate il vostro vivere alla regola di Sant’Agostino. Proprio nel vostro essere pienamente agostiniani, voi servite con amore e dedizione la Chiesa come Sant’Agostino. Senza aloni da idillio, ma sempre sorretti anche voi dalla certezza che a guidare la Chiesa è Dio stesso con la sua Provvidenza: “con passo deciso e a testa alta la Chiesa procede tra le tribolazioni (e persecuzioni) del mondo e le consolazioni di Dio (“inter tribolationes mundi et  consolationes Dei peregrinando procurrit Ecclesia” (De civ Dei 18,51,2). E in questa vocazione monastica agostiniana di amore alla Chiesa, espresso nel profondo del cuore ancor prima che nell’agire fattivo, avete anche la misura dell’autenticità del vostro carisma, come via alla santità, nella fedeltà allo Spirito che si manifesta appunto nell’intensità di amore alla Chiesa di Cristo, secondo l’aforisma di Agostino: “L’amore alla Chiesa è la misura della presenza dinamica dello Spirito in noi” (“tantum quisque habet Spiritum quantum amat Ecclesiam”).

Grazie dell’invito e dell’accoglienza fraterna!

 

 

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 
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