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Un Presbiterio fedele al Dio fedele   versione testuale
Cattedrale, 18 aprile 2019 - Messa del Crisma






 

Carissimi presbiteri, riecheggia in noi il testo di Isaia fatto proprio da Gesù nella sinagoga di Nazareth e applicato alla sua missione messianica: “Lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione … a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Certo, il secondo Isaia aveva davanti agli occhi il popolo schiavo a Babilonia, a cui veniva offerta la possibilità di far ritorno in patria. Ma il messaggio nel contesto liturgico ha una forte valenza simbolico spirituale: il lieto messaggio è quello della salvezza dal peccato, la liberazione dalla peggiore delle schiavitù, quella del sistema del peccato che distrugge l’umanità dell’uomo e lo rende inumano: l’egoismo, l’individualismo, l’insensibilità, la menzogna, la cattiveria, la superbia, con tutte le loro efflorescenze, l’ateismo idolatra. In questo orizzonte rivela tutto il suo valore il nostro ministero di Presbiteri interamente consacrati ad annunciare il lieto messaggio dell’amore di Dio per l’uomo e della liberazione dalla schiavitù del sistema del peccato. Il più nobile ministero, il più utile, il più necessario, insidiato dalla cultura di un umanesimo orizzontale, piatto, antiumano.

Se dunque per grazia vocazionale siamo consacrati ad un tale divino ministero, partecipazione all’agire salvifico di Dio, in qualità di suoi ministri a livello sacramentale, non possiamo mai dimenticarci che la consacrazione non sopporta compromessi e inquinamenti. La consacrazione esige radicalità e totalità di appartenenza. In altre parole, la consacrazione richiama il senso di quella fedeltà che è estranea alla cultura del mondo, cultura della non fedeltà. Proprio sul modello e con la grazia di Gesù che è stato fedele alla sua consacrazione al Padre per la sua missione messianica fino alla croce e, in lui, sul modello di Maria, la vergine fedele.

Nella nostra vocazione di presbiteri diocesani, ma le osservazioni vanno commisurate anche nei riguardi dei presbiteri religiosi, è incisa la fedeltà all’identità ministeriale, come atto di fedeltà alla parola data liberamente con l’assenso alla chiamata di Dio: nessuno di noi è diventato prete contro la propria libera volontà. Per questo, per il fatto cioè che siamo fedeli alla parola data a Dio e alla Chiesa nell’ordinazione, tutti dovremmo poter godere di un credito di fiducia meritata da parte dei confratelli e dei fedeli.

Passiamo allora in rassegna gli ambiti in cui siamo chiamati a vivere e a testimoniare la nostra fedeltà.

Anzi tutto e sopra tutto, dovremmo sempre sentirci provocati ad essere fedeli al Dio fedele: “Fedele è Colui che ha promesso!” (Eb 10,23). In Gesù Cristo il Dio fedele ci ha chiamati ad essere pastori evangelizzatori testimoni di una vita secondo il Vangelo, assumendo noi per primi a parametro del pensare, del progettare, del decidere e del vivere la sua Parola mediata dal Magistero autentico della Chiesa. Il Dio fedele ci manda ad amministrare i suoi beni, ammonendoci esplicitamente del fatto che “Ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4,2).

Di conseguenza, siamo chiamati ad essere fedeli al mandato di evangelizzare. Perciò evangelizzatori interamente dediti a salvare gli uomini. E salvare gli uomini vuol dire portarli a Cristo Salvatore perché solo in Lui c’è salvezza (Cfr At 4,12), proprio come ha fatto Andrea nei confronti del fratello Simon Pietro, che dopo averlo incontrato e avvertito con entusiasmo: “abbiamo trovato il Messia”, subito “lo condusse da Gesù” (Gv 1,42b-43a). Siamo preti per questo, per evangelizzare, per far innamorare di Cristo come Senso del proprio vivere. Se Cristo è il Senso del vivere, annunciarlo e testimoniarlo come tale è il servizio più straordinario e sublime che una persona umana possa fare ai fratelli in umanità. Un ministero di cui mai vergognarci e annoiarci. Di cui essere sempre più fieri. Senza essere dei talebani crociati del Vangelo, ma solo pastori in Cristo Pastore, sorvegliamo pertanto il nostro agire e le stesse nostre iniziative pastorali. Siano sempre pastorali, cioè esplicitamente finalizzate a portare a Cristo. Non annacquiamo mai il nostro ministero di Presbiteri evangelizzatori. Tutto, indirettamente o direttamente, contribuisca a portare la nostra gente, a partire dai ragazzi, preadolescenti, adolescenti e giovani a Gesù Parola di Verità e, inscindibilmente, Eucaristia. Faremo loro il più straordinario e sublime servizio di cui hanno urgente necessità vitale, disorientati e storditi come sono dalle mille sirene dei media e della cultura in genere. Sappiamo bene che troppa gente valuta la bravura di un prete dalla capacità manageriale di produrre geniali iniziative di carattere sociale. Saremmo diventati assistenti sociali, no preti. Benché anche come preti siamo sollecitati a creare iniziative di aggregazione, ma sempre con l’obiettivo che l’anima di tali iniziative sia l’incontro affascinante con Gesù. Certo, i presbiteri sono oggi sfidati come non mai ad essere espressione di un Presbiterio che, in continuo confronto corresponsabile e con parresia, sorretto dalla grazia sovrabbondante dello Spirito, ha fantasia pastorale all’altezza dei tempi, con capacità di intercettare l’animo dei giovani e della gente che nel profondo del cuore sono alla ricerca di Senso, cioè di Cristo, come una Calamita, un Magnete, senza il quale l’animo dell’uomo si sperimenta svuotato di Senso e un navigatore senza bussola, come ha evidenziato papa Francesco nell’esortazione post sinodale “Christus vivit”. Arte oggi complessa e aggrovigliata in una cultura diabolicamente allergica e avversa a Cristo. A maggior ragione urgente nella sua necessità di offrire una scialuppa di salvataggio all’umanità a rischio di naufragio. Con l’apostolo Paolo, con la fierezza e la gioia in cuore, ognuno di noi possa dire: “Per me evangelizzare è una necessità vitale. Guai a me se non evangelizzo … Tutto io faccio per il Vangelo” (1 Cor 9,16.23), propiziandone l’accoglienza con gli atteggiamenti di bontà d’animo, di benevolenza, di pazienza, di entusiasmo.

Va da sé che, proprio per essere un evangelizzatore autentico, e non un solitario costruttore del mito di sé, ogni presbitero è chiamato ad essere fedele al mandato obbedienziale del Vescovo, soprattutto per il fatto che, suo “necessario collaboratore e consigliere” (PO 2, espressione che si riscontra anche nel Sacramentario veronese; e si ritrova nel rito di ordinazione), lo rende presente come suo vice (PO 5: “sono gerarchicamente collegati sotto molti aspetti al Vescovo e così lo rendono in un certo modo presente in ciascuna adunanza dei fedeli”; LG 28: “Saggi collaboratori dell’ordine episcopale … nelle singole comunità locali di fedeli rendono per così dire presente il Vescovo che li considera cooperatori, figli e amici”; SC 42: parroci come vicegerenti del Vescovo), impregnato dunque della sua sensibilità pastorale e disponibile a farne propri gli orientamenti pastorali con genialità applicativa. La fedeltà a tale mandato impegna un presbitero a non atteggiarsi mai da battitore libero e autoreferenziale. Non gli è lecito selezionare gli indirizzi pastorali del Vescovo, tanto meno boicottarli, snobbarli e accantonarli per sostituirli con orientamenti e decisioni individuali. Se lo facesse sul piano di un mandato civile, amministrativo economico verrebbe immediatamente radiato. Ogni presbitero ha un mandato preciso e la fedeltà a quel mandato comporta un agire al meglio di sé entro quel parametro, senza evasioni. Per senso di corresponsabilità. All’ambito del mandato ci si dedica anima e corpo, come Gesù nell’Affare del Padre: “Non sapevate che io devo essere (con tutto il mio essere) nell’Affare del Padre mio?” (Lc 2,49). Lì cerchiamo tutte le nostre gratificazioni, le nostre gioie purissime. E in funzione di un suo compimento evitiamo ogni forma di dissipazione, in discorsi vani o in internet. E sempre in funzione del suo compimento, diamoci una regola di vita, pur se non ferrea, ma flessibile. Ricordandoci che è coperto da speciali grazie di Dio soltanto l’ambito del mandato. E che solo quello è l’ambito della nostra santificazione.

Fedele al ministero di pastore che sa stare volentieri in mezzo alla gente, mai rintanato e assente, al punto che nessuno, nemmeno il Vicario foraneo, ne sa qualcosa. È l’amore pastorale, paziente e benevolo, trasparenza dell’amore di Cristo Pastore che ha dato la sua vita per il suo gregge, che motiva la vicinanza di un prete ai fedeli affidati al suo ministero, qualunque esso sia.

E perciò fedele al proprio essere presbitero di un preciso Presbiterio, nel quale è incardinato, sotto la guida autorevole del Vescovo pro tempore, “visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari” (Lg 23). Di conseguenza, fedele al valore e alla logica dell’incardinazione in Diocesi. Con l’ordinazione, il presbitero è radicato nel suo Presbiterio al punto da essere incardinato in una Diocesi, legato da vincoli sacramentali di fraternità con tutti insieme e con i singoli presbiteri della Diocesi. La coscienza della propria incardinazione gli impedisce alla radice di pensarsi e progettarsi come prete individuale. Come ho evidenziato nel ritiro dell’inizio della Quaresima, va da sé che ogni presbitero incardinato nel Presbiterio non può non sentire il bisogno di momenti prolungati di fraternità che rafforzano i vincoli sacramentali a livello esistenziale.

Fedele alla Chiesa, corpo e sposa di Cristo, carisma e istituzione, popolo di Dio e gerarchia voluta da Cristo al suo servizio pastorale, sotto la guida del collegio dei Vescovi con a capo il Papa pro tempore, oggi indiscutibilmente papa Francesco.

Fedele alla celebrazione dei Sacramenti, in particolare l’Eucaristia e la Confessione, da celebrare con grande fede, secondo le norme liturgiche, senza alterazioni e senza parate teatrali.

Fedele alla logica delle Unità Pastorali considerate con senso di responsabilità personale, portandone insieme fin d’ora anche le possibili fatiche in vista di una messa in sicurezza della pastorale della Diocesi sui parametri della corresponsabilità ecclesiale comunionale, che coinvolge presbiteri e laici.

Fedele ai propri impegni assunti con l’ordinazione e che rinnoviamo ogni Giovedì Santo appunto nella Messa Crismale: la preghiera liturgica del Breviario, da non trascurare mai, in quanto alimento spirituale al superlativo senza il quale fatalmente ci inaridiamo nello spirito e in quanto voce dell’umanità intera; l’obbedienza serena al Vescovo, soprattutto in occasione dei trasferimenti o di qualche occasione importante; il celibato, o per meglio definirlo la verginità casta per il Regno. Mi permettete una sottolineatura a questo riguardo. Per vocazione, per chiamata, per carisma noi siamo dei “votati” a Cristo per il suo Regno, interamente e radicalmente, forza singolare di fecondità pastorale e risorsa straordinaria di felicità. Nel nostro cuore non c’è spazio per nessun’altra realtà con cui scendere a compromesso o in comproprietà di relazioni affettive sessuali, né con donne né con uomini, tanto meno, in assoluto, con ragazzi e con adolescenti. Siamo seri e responsabili. Non lasciamoci travolgere da turbolenze affettive interiori, e da esperienze devastanti. Poiché però nessuno è immunizzato, immersi come siamo in una cultura che respiriamo intrisa di pansessualismo, che sta sempre più andando alla deriva, e segnala la cifra del collasso morale, come ha rilevato con acutezza il papa emerito Benedetto XVI in un recentissimo suo intervento, la fedeltà alla verginità casta per il Regno, ma non diversamente accade per chi vive la sponsalità coniugale casta, ci sollecita a tanta prudenza (basta una minima concessione, una fessura, un pizzico di presunzione e le barriere interiori hanno la peggio!), e ad intensificare la preghiera, secondo l’esortazione di Gesù: “Pregate per non entrare in tentazione” (Lc 22,46), o del salmista: “Invocami nel giorno della prova. Io ti libererò e tu mi darai gloria” (Sal 50,15). Cari confratelli, confidiamocelo reciprocamente: “Come si sta bene dentro di noi, quando il nostro animo è libero dall’infuriare delle passioni disordinate sul piano affettivo! Quanta serenità! Che ci ricarica pastoralmente”.

Certo, la fedeltà alla parola data, agli impegni liberamente assunti, costa. A tutti. Ma appunto è fonte di indicibile serenità e felicità.

Sta di fatto che un Presbiterio fedele al Dio fedele non può non affascinare i giovani, nei quali Dio ha deposto il germe e le doti del presbiterato. Diventa dunque l’humus più fecondo per una pastorale vocazionale.

Il nostro è un Presbiterio sano e fedele nel suo insieme, capace di risanare anche chi si sperimentasse in situazione di criticità e di fragilità. Il Vescovo ne può andar fiero.

In questa solenne Messa del Crisma chiediamo la grazia della fedeltà senza inquinamenti e senza compromessi. Sul parametro di Gesù e di Maria, la Vergine fedele fino ai piedi della croce, fino ad accettare la maternità ecclesiale dopo aver accolto la maternità cristologica.

 

Questo è davvero il tempo propizio per essere preti in un Presbiterio. Siamo visibilmente forza trainante dei laici in un mondo inumano, post o transumano, necessari nel loro compito di essere sale anticorruzione, luce di autenticità. Confratelli tutti, coraggio! Lasciamoci ricaricare dallo Spirito di entusiasmo e di parresia. Dio ci conceda la grazia di essere preti fedeli ad ogni costo. Questo è il tempo dell’eroismo. È un grande tempo, singolare e affascinante, per essere preti. Tutti d’un pezzo. Fedeli e felici. Fraternamente uniti. Un cuor solo e un’anima sola.

 

X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

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