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De civitate Dei - La teologia della storia in Agostino   versione testuale
4 aprile 2019 - Biblioteca capitolare di Verona






Nel contesto del Festival Biblico sul tema della città, ci troviamo nella Biblioteca Capitolare di Verona che conserva la più antica edizione manoscritta del De Civitate Dei di Sant’Agostino: il Codice XXVIII. Membranaceo onciale. Secolo V. In assenza di documentazioni inequivocabili, amiamo pensare possa essere uno di quelli fatti copiare all’indomani dell’invio dell’intera opera di Agostino al suo figlio spirituale Firmo nel 426, dopo una sua assillante insistenza. Eccone il testo: “Ti prego di degnarti volentieri di dare a coloro che li chiedono per copiarli i libri di quest’opera sul De civitate Dei. Tuttavia non li darai a molti, ma solo ad uno o al massimo a due. Questi poi li daranno a tutti quanti gli altri”.

Il De civitate Dei fa parte della trilogia agostiniana il cui focus e la cui ermeneutica sono dati dalla cristologia: Cristo centro e ragione della vita di Agostino nelle Confessiones; Cristo rivelatore dell’amore del Padre e restauratore dell’immagine di Dio uno e trino nell’uomo decaduto, nel De Trinitate; Cristo unico Mediatore, fine e spiegazione di tutta la storia, nel De civitate Dei, opera in 22 “quaderni” cioè libri. Frutto della sua piena maturità di uomo, filosofo, letterato, teologo, pastore e mistico.

In essa Cristo viene svelato come il promotore vero anche del benessere temporale, contro la persuasione dei pagani che il benessere terreno e la felicità dipendessero dal culto degli dei e soprattutto dei demoni (1-5); il mediatore universale di salvezza eterna, contro la teurgia pagana che la considerava effetto del culto sacrificale agli dei (6-10); il fondatore della città di Dio, di cui Agostino considera l’origine, in contrapposizione all’origine della città terrena (11-14); il termine delle profezie considerato nel quadro dello sviluppo o progresso delle due città (15-18); il Risorto, giudice e fonte di pace e di felicità eterna per i salvati, nel quadro del raggiungimento dei fini consequenziali delle due città (19-22).

Consideriamo ora un po’ più in dettaglio l’impianto generale del De Civitate Dei, lasciandoci guidare da Agostino stesso come esegeta e come ermeneuta attraverso alcuni dei suoi scritti.

 Anzitutto all’inizio del libro diciottesimo così si esprime Agostino: “Delle due città, di cui una è di Dio, l’altra è di questo mondo, nella quale, per quanto attiene al genere degli uomini, anche questa è peregrina, ho promesso di scrivere sulla sua origine, sul suo sviluppo e sui debiti fini, avendo confutato dapprima i nemici della città di Dio che preferiscono i loro dei al loro Creatore che è Cristo e con livore a loro molto dannoso avversano atrocemente i Cristiani, per quanto mi sia stata di aiuto la grazia di Dio: ciò che ho fatto nei primi dieci libri”. Agostino precisa che nei quattro libri successivi tratta l’origine delle due città; nel quindicesimo la loro evoluzione dal primo uomo fino al diluvio e poi fino ad Abramo prendendo in considerazione il progresso delle due città in un unico libro; il sedicesimo libro è dedicato alla storia da Abramo fino all’epoca dei re; dai re fino a Cristo; il diciassettesimo è riservato alle profezie sul Messia Re, Salmi compresi. Prima però di passare a tracciare il quadro del diciottesimo libro, Agostino ritiene doverosa una sua precisazione: “nel mio modo di narrare sembra che abbia compiuto progressi soltanto la città di Dio, sebbene non da sola sia progredita nel tempo, ma l’una e l’altra”. E prosegue: “l’ho fatto affinché, senza l’interruzione dovuta all’antitesi con l’altra città, la città di Dio apparisse più distintamente nel suo evolversi da quando cominciarono ad essere più manifeste le promesse di Dio fino alla nascita di Gesù dalla Vergine, perché in lui si dovevano verificare gli eventi preannunciati dal principio. Essa però fino alla rivelazione della Nuova Alleanza progredì non nella luce ma nell’ombra. Ora noto che si deve eseguire ciò che avevo omesso, trattare cioè nella misura adeguata come abbia progredito dal tempo di Abramo anche la città terrena, affinché le due città si possano confrontare nella riflessione dei lettori”. Ecco allora il libro 18, che pone a confronto le due città nel loro evolversi, mettendo spesso sullo stesso piano storico gli eventi contemporanei, utilizzando come fonti da una parte la Bibbia e dall’altra Varrone: ad esempio: all’epoca di Abramo in Assiria regnava ... (18,2); Roma fu fondata all’epoca di Ezechia (18, 22).

Ma rifocalizza l’impianto generale del De civitate Dei anche nelle Retractationes: “Ho stabilito di scrivere i libri De civitate Dei contro gli insulti dei pagani perché sono errori. L’opera mi tenne occupato per molti anni. I primi cinque confutano coloro i quali vogliono la vicenda umana così prospera da ritenere necessario il culto dei molti dèi che i pagani erano soliti adorare. Sostengono quindi che avvengono in grande numero queste sciagure in seguito alla proibizione del culto politeista. Gli altri cinque contengono la confutazione di coloro i quali ammettono che le sciagure non sono mai mancate e non mancheranno mai agli uomini e che esse, ora grandi ora piccole, variano secondo i luoghi, i tempi e le persone. Sostengono tuttavia che il politeismo e relative pratiche sacrali sono utili per la vita che verrà dopo la morte. Qualcuno poteva obiettare che noi avevamo confutato gli errori degli altri senza affermare le nostre verità. Questo è l’assunto della seconda parte dell’opera che comprende dodici libri. Tuttavia all’occasione anche nei primi dieci libri affermiamo le nostre verità e negli altri dodici confutiamo gli errori contrari. Dei dodici libri che seguono dunque i primi quattro contengono l’origine delle due città, una di Dio, l’altra di questo mondo; gli altri quattro il loro svolgimento o sviluppo; i quattro successivi, che sono anche gli ultimi, il fine proprio ... L’opera comincia così: “Gloriosissimam civitatem Dei”.

Infine, a modo di sintesi, puntualizza l’impianto generale nella lettera a Firmo (Ep 212/A) del 426: “Come ti avevo promesso, ti ho inviato i libri De civitate Dei, che mi avevi richiesti insistentemente, dopo che li ho riletti … Sono 22 quaderni che è difficile ridurre in un solo volume; se poi vuoi farne due volumi, devi dividerli in modo che uno contenga dieci libri e l’altro dodici. Eccone il motivo: nei primi dieci sono confutati gli errori dei pagani, nei restanti invece è dimostrata e difesa la nostra religione, quantunque ciò sia stato fatto anche nei primi dieci, dov’è parso più opportuno e l’altra cosa sia stata fatta anche in questi ultimi. Se invece preferisci farne non solo due ma più volumi, allora è opportuno che tu ne faccia cinque volumi di cui il primo contenga i primi cinque libri nei quali si discute contro coloro i quali sostengono che, alla felicità della vita presente, giova il culto non proprio degli dei ma dei demoni; il secondo volume contenga i seguenti altri cinque libri, i quali confutano coloro che credono si debbano adorare mediante riti sacri e sacrifici numerosissimi dei di tal genere o di qualunque altro genere, in forza della vita che verrà dopo la morte. Allora i seguenti altri tre volumi dovranno contenere ciascuno quattro dei libri seguenti. Da noi infatti la medesima parte è stata distribuita in modo che quattro libri mostrassero l’origine della Città di Dio e altrettanti il suo progresso, o, come abbiamo preferito chiamarlo, sviluppo, mentre i quattro ultimi mostrano i debiti fini … Ti prego di degnarti volentieri di dare a coloro che li chiedono per copiarli i libri di quest’opera sul De civitate Dei che i nostri fratelli originari di qui a Cartagine ancora non hanno. Ad ogni modo non li darai a molti, ma solo ad uno o al massimo a due. Questi poi li daranno a tutti quanti gli altri”.

Si tratta di un’opera colossale, “grande e ardua” (come la definisce lo stesso Agostino nell’indirizzarla al commissario imperiale, fratello del proconsole Apringio, Marcellino, che gliene aveva fatto richiesta), “di una nostra fatica” (come sottolinea nella lettera a Firmo: ep 212/A). Scritta dal 413 al 425, per rispondere, (come precisa nelle Retractationes e nella lettera al suo figlio spirituale Firmo) alle accuse che i pagani rivolgevano ai Cristiani di essere, con il loro culto avverso a quello degli dei romani, la causa della distruzione di Roma perpetrata dai Goti di Alarico nel 410, confutando in tal modo gli errori dei pagani e difendendo la religione cristiana.

 Agostino risponde da pastore apologeta, innamorato della sua fede cristiana da cui era stato conquistato a 32 anni, già retore affermato a Milano, presentandola nel suo volto luminoso e umanizzante, amica dell’uomo e tessitrice di civiltà, riconoscendone come fondatore ed epicentro Gesù Cristo; e, nel contempo stigmatizzando il paganesimo di incapacità a risolvere i grandi interrogativi esistenziali e gli aggrovigliati problemi del vivere sociale e civile; di immoralità, di cui gli stessi dèi erano esempi sinistri;  di disumanità nei confronti degli avversari.

Vi si condensa la cultura enciclopedica di Agostino sul sapere letterario e filosofico antico: spazia da Platone, Plotino, Porfirio (greci), ad Apuleio, Virgilio, Varrone, Cicerone, Sallustio (latini). Tratta de omnibus rebus, in modo organico, raffrontando continuamente la cultura della città di Dio con quella della città dell’uomo. In particolare, esemplificando: Dio creatore, la creazione vestigia di Dio, il Mistero della vita trinitaria, gli angeli, la demonologia, la magìa, il monogenismo, il peccato originale, il male, la morte, il matrimonio, la concupiscenza, la verginità, la libidine del potere, la persecuzione, la lotta tra le due città, la vittoria del bene sul male grazie alla mediazione di Cristo, la natura del male come privazione del bene, la provvidenza, il peccato e la redenzione, la prescienza divina, la predestinazione, la libertà umana e la grazia, la religione, il sacrificio cultuale, la pace, l’intelligenza  e la ragione umana, fede-ragione, umiltà-superbia, la cupidigia e l’avarizia, l’autorità della Parola di Dio, il miracolo, Cristo re di questa città, la communio sanctorum e dei sacramenti, l’escatologia, il giusto giudizio di Dio, la pena del peccato, il sommo bene (paradiso), la purificazione (purgatorio) e il sommo male (inferno eterno), infelicità o felicità eterne. Molti dei temi affrontati e approfonditi nel de Civitate Dei si riscontrano anche nelle Confessioni, nel de Trinitate e in varie altre opere.

L’avvio dell’opera, indirizzata al commissario Marcellino, che gliel’aveva sollecitata, è solenne, in stile ciceroniano: “Gloriosissimam civitatem Dei … Marcelline … suscepi magnum opus et arduum” (cfr anche Retractatione, 2,43), scritta appunto per difendere la Città di Dio, mentre è peregrinante tra gli empi. Senza tuttavia condannare a priori ciò che attiene al mondo dei pagani, di cui sa discernere e rilevare i reali frammenti o le aree di verità e di bene compatibili con il Cristianesimo che dell’umanesimo autentico è l’humus fecondo.

In estrema sintesi, potremo definire il De Civitate Dei come la narrazione del travaglio vissuto dalla Città di Dio peregrinante nella storia nel suo essere protesa verso il compimento escatologico nell’approdo eterno, nel mondo dei risorti con Cristo, in Cristo.

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