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Comunicazione del Vescovo in riferimento a don Giuliano Costalunga   versione testuale
Selva di Progno, 5 luglio 2018






Per motivi di chiarezza, premetto che siamo in chiesa e non in pubblica piazza o in un teatro o in un’aula giudiziaria. Qui, in chiesa, nessuno può avanzare la pretesa di intervenire. Se intervengo io lo faccio come Vescovo nel pieno esercizio del mio ministero pastorale.

In questa occasione, propiziata dai parroci delle rispettive parrocchie di Cellore dove don Giuliano è vissuto ed è diventato prete, e di Selva-Giazza dove ha esercitato il ministero, avrei tanto desiderato parlarvi a cuore a cuore, in assoluta confidenza come si fa in famiglia, di una situazione di famiglia travagliata e dolorosa, da padre che preferisce subire e, soprattutto attraverso la recita del Rosario o la celebrazione della Messa, affidare tutto alla Misericordia di Dio che, solo, conosce l’abisso del cuore umano (cfr Salmo 63), piuttosto che accusare don Giuliano, del cui bene operato in queste parrocchie do atto, pur riconoscendo oltre tutto il gravissimo danno di immagine da lui recato al mio Presbiterio, che nel suo insieme – sono quasi seicento preti – è di eccellente qualità per fede e per zelo, al di là delle malevoli insinuazioni.

Purtroppo la vicenda lanciata su internet, è stata catturata e portata sulla scena mediatica come un caso da rotocalco, ghiotto per la curiosità morbosa di chi si nutre di pettegolezzi squallidi. Personalmente ero intenzionato a restare in silenzio, nel rispetto della coscienza di don Giuliano, benché non potessi condividere minimamente la sua scelta, se, su istanza della gente, i preti non mi avessero sollecitato ad intervenire.

Come Vescovo di questa Diocesi ho il dovere di manifestare vicinanza ai presbiteri, soprattutto quelli della vallata, e alla popolazione che ha subito uno scandalo sconcertante, come alcuni di loro hanno confidato sul quotidiano L’Arena, ripensando appunto al ministero esercitato da don Giuliano nelle parrocchie di Selva e Giazza. A sua volta, la popolazione ha anche il diritto a qualche chiarimento sulla vicenda, entro il rispetto che il caso merita.

Desidero sottoporre alla vostra attenzione quattro precisazioni.

La prima riguarda la questione se don Giuliano è ancora prete o no. Nella lettera a me inviata, con toni di animosità, l’otto febbraio scorso, don Giuliano mi dichiarava la sua volontà irreversibile di lasciare il sacerdozio ministeriale. Ora, come tutti sanno, per uscire dallo stato clericale non basta una dichiarazione, decisa e formale. Occorre farne esplicita richiesta alla Santa Sede, nella fattispecie alla Congregazione del Clero, che valuta attentamente il caso. Tra l’altro, con l’ordinazione un presbitero viene simultaneamente incardinato in una Diocesi. Ora, sia l’ordinazione, sia l’incardinazione hanno anche valenza giuridica, scioglibile solo bilateralmente, in modo analogo a quanto accade nel matrimonio: non basta una lettera dichiarativa di un coniuge all’altro per sciogliere il matrimonio civile o religioso; lo scioglimento del matrimonio civile esige il divorzio; quello religioso richiede la dichiarazione di nullità. Diversamente, il matrimonio, con annessi diritti e doveri, sussiste. Nel caso di cui stiamo parlando, al fine di procedere alle “dimissioni dallo stato clericale”, occorre formale richiesta indirizzata alla Santa Sede, cui compete di discernere il caso. Tale richiesta a tutt’oggi non è ancora stata fatta da parte di don Giuliano alla Santa Sede. Pertanto non posso non considerare don Giuliano ancora mio prete. Certo, tenendo conto della sua nuova condizione, che ipso facto gli ha procurato la sospensione a divinis, cioè la proibizione assoluta di presiedere la celebrazione dei sacramenti, in particolare l’Eucaristia, la Confessione e il Matrimonio, sia in pubblico sia in privato – una eventuale celebrazione anche in privato sarebbe una farsa contro l’assoluto di mistero di Amore di Dio, Gesù Cristo Eucaristia, inseparabile dal suo Corpo che è la Chiesa, da lui amata fino a dare la vita per essa, senza mai condannarla -, proprio per assecondare e ratificare la sua volontà di lasciare definitivamente il ministero di presbitero, ieri è partita la mia lettera nella quale viene data a don Giuliano la possibilità di fare richiesta entro trenta giorni alla Santa Sede, per il tramite del Vescovo, di essere dispensato dagli impegni del ministero presbiterale, con la possibile conseguente dimissione dallo stato clericale. Nel caso si rifiutasse, ma non lo ipotizzo nemmeno, la Santa Sede procederà di diritto.

Seconda precisazione.

Circa tre anni fa don Giuliano mi ha fatto richiesta di lasciare l’esercizio del ministero nelle parrocchie di Selva e Giazza, adducendomi motivi di salute, che mi ha esplicitato essere in stato precario (mai mi ha confidato altri motivi, di carattere affettivo ad esempio, mentre a suo dire era quella la ragione di fondo). Fidandomi, come sempre, di don Giuliano ho accettato a malincuore, dovendo comunque provvedere al ministero parrocchiale: provvidenzialmente mi ha dato disponibilità padre Sergio, coadiuvato da fratel Tarcisio. Unica clausola: mettersi al servizio della parrocchia di Illasi e della parrocchia di Tregnago, entro i limiti consentiti dal suo fragile stato di salute. I parroci di suddette parrocchie possono documentare la consistenza della collaborazione, che è risultata alquanto scarsa. Anzi, mi è stato riferito che don Giuliano si assentava per lunghi periodi, senza lasciare alcuna notifica. A questo punto, i miei collaboratori mi hanno suggerito di fargli sospendere momentaneamente il sostentamento del Clero, in quanto non più dovutogli, data la sua frequente latitanza, al fine di farlo uscire allo scoperto. Così è accaduto. Quando non si è visto arrivare il sostentamento del Clero, circa 900 Euro, ha reagito con violenza e, appunto, ha preso la decisione di abbandonare l’esercizio del presbiterato, ratificata formalmente dalla lettera dell’otto febbraio scorso.

Terza precisazione

Poiché, durante il suo ministero a Selva e Giazza, erano giunte a me ripetutamente voci che tra lui e Paolo, che viveva in canonica di Selva con don Giuliano, si notava una certa affettività alquanto equivoca, più volte gli avevo chiesto confidenzialmente se c’era qualche cosa di vero, intenzionato come ero a scagionarlo dalle male lingue. Mi ha sempre negato tutto. E gli ho sempre dato un credito di fiducia.

Quarta precisazione

Ora don Giuliano è unito a Paolo, con il quale, a detta sua, sognava da parecchi anni di convivere con un amore autentico. Non ho nessun diritto di giudicare don Giuliano, poiché solo Dio, che scruta i cuori, conosce il travaglio della sua vita. Tuttavia, è mio dovere di Pastore, successore degli Apostoli, consegnare alla mia gente e ai miei preti la verità tutta intera, anche quella che riguarda il matrimonio come lo ha progettato e realizzato Dio, Mistero di Amore Trinitario, il quale ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, creandolo maschio e femmina, cioè sponsalità nuziale, aperto alla trasmissione della vita: “Crescete e moltiplicatevi”. Al di fuori di questo quadro di riferimento, Dio non ha previsto nessun’altra modalità di matrimonio, a Lui gradito. Dell’unica identità di famiglia conforme al progetto di Dio sull’umanità parla apertamente papa Francesco nella sua Esortazione Amoris laetitia; ne parla il Concilio Vaticano II; ne parla la Sacra Scrittura, in modo inequivocabile la lettera di Paolo ai Romani (cfr Rm 1, 18-28).

Questo è il dato teologico e biblico. Poi, per una serie di variabili, la soggettività può imporsi sul dato di fede biblica. Nessuno comunque può arrogarsi il diritto di sentirsi approvato da Dio se il comportamento che assume coscientemente e volutamente si discosta dal suo progetto, benché sia da Lui ugualmente amato come un figlio. Anzi, Dio è sempre pronto anche a perdonare, cioè a risanare interiormente, non appena un suo figlio ritorna a lui, impegnandosi a vivere secondo il suo progetto sulla sessualità umana e sulla vita di coppia, e riconoscendo con umiltà i propri traviamenti, come il figlio prodigo.

Velando di pietà fraterna questa vicenda, che spero non cavalchi ulteriormente l’onda mediatica, buttando un mio ancora confratello prete alla berlina e in pasto al pettegolezzo, che disonora chiunque se ne fa promotore, chiedo a tutte le comunità cristiane di stare vicino ai preti, pregando molto per loro, aiutandoli ad essere preti fino in fondo, impegnati cioè a vivere in coerenza con il loro ministero. E auspico che nessuno si permetta forfettari giudizi malevoli nei loro confronti; quando qualcuno avesse documentate prove di comportamenti nettamente contrari al suo ministero di prete, ha il dovere di informarmene.

Chiedo infine di creare nelle famiglie un humus idoneo al sorgere di nuove vocazioni al presbiterato, senza lasciarsi intristire e demotivare da situazioni che ne contraddicono l’alto e divino valore.

Come agli Apostoli in mare in tempesta, anche a noi Gesù ripete: “Coraggio, ci sono io!”. È su Gesù che noi teniamo fisso lo sguardo della nostra fede, che non ha motivo di vacillare, di entrare in crisi o di spegnersi, a causa di comportamenti di preti non consoni con il loro ministero. E confidiamo tanto in Maria, la cui devozione è sempre stata un baluardo di difesa contro le insidie del diavolo: ottenga Lei grazie speciali sia per il nostro Presbiterio sia per tutte le vostre famiglie, cellule sane di una società malata, profezia di un mondo rinnovato nella linea del progetto di Dio sull’umanità imperniato sulla famiglia come Lui l’ha creata e redenta. Coraggio, non lasciamoci avvilire e intristire, ma andiamo avanti con buon senso e con quella fede che non ci fa impaurire fino all’angoscia quando ci troviamo nel mare in tempesta, se sulla barca c’è Gesù.

 X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

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