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La nuzialità sponsale segno efficace della presenza di Gesù che ama la Chiesa   versione testuale
Sacrofano di Roma, 28 giugno 2018






 

Per la nostra riflessione omiletica in questa liturgia vigiliare della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, raccogliamo il messaggio di fondo, quale emerge dalle letture bibliche proclamate, concentrato sulla figura di Pietro. Gli Atti degli Apostoli lo ritraggono di fronte al paralitico: “Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina”. E la pagina del Vangelo di Giovanni ce lo presenta nell’atteggiamento di imbarazzo di fronte alla triplice domanda di Gesù che lo ha incontrato dopo la risurrezione: “Mi ami?”. La sua è una risposta sincera e umile: “Gesù, tu sai che ti sono amico”. Chi è dunque Gesù Cristo per Pietro? Ma potremmo similmente chiederci chi è Gesù Cristo per Paolo: “Per me il vivere è Cristo! Per me evangelizzare Cristo è una necessità vitale!” (Fil 1,21; 1 Cor 9,16). Per ambedue è il Tutto. È il Senso del loro vivere. Non potevano non farlo conoscere e amare con parresia.

E per noi Chi è Gesù Cristo? Sentiamo il bisogno vitale che riempia tutta la nostra vita? E, di conseguenza, sentiamo un impulso incontenibile di farlo conoscere come Salvatore e Signore?

Anzitutto, consideriamo la relazione con Cristo a livello personale. Ogni credente in Cristo, in forza e come conseguenza del Battesimo, è chiamato a fondare la propria vita sulla Roccia che è Cristo. Appunto perché cristiano, appartiene a Cristo. Costruire la propria vita su altri fondamenti e con altri parametri è una contraddizione. Benché ogni giorno il cristiano sia sottoposto a durissime prove di fedeltà al proprio essere cristiano da parte di una cultura, che comunque respira e di cui si infarina, pregna com’è del peggior paganesimo idolatra della storia. È su questa direzione che l’Europa, la cui civiltà è radicata nel patrimonio dei valori cristiani, sta muovendosi a galoppo, in una strategia di coinvolgimento di tutte le tradizioni nazionali, italiana compresa, imponendo come dato incontrovertibile e non discutibile persino quella ideologia del gender che papa Francesco ha nettamente stigmatizzato e bollato nell’Esortazione Apostolica post sinodale Amoris laetitia (n 56). Per il bene che vogliamo all’Europa, di cui siamo cittadini, appunto da cittadini cui deve essere consentita la libertà di espressione del pensiero, anche non omologato e contestativo – diversamente saremmo in un dittatura ideologico politica! – le ricordiamo che l’Europa senza Cristo, da faro di civiltà si riduce ad una larva di civiltà. Quanto più impone, persino con una legislazione subdola, il dilagare di una cultura laicista allergica a Cristo e ad ogni espressione culturale e cultuale che vi faccia esplicito riferimento, mostra al mondo intero le sue aporie, i suoi bubboni, le voragini di contraddizioni, tra cui l’incapacità di rigenerarsi geneticamente, per spaventosa crisi di natalità, con l’effettivo rischio che i suoi vuoti generativi siano riempiti da popolazioni prolifiche; l’incapacità di governare situazioni complesse come le attuali immigrazioni, facendo lo scarica barile, dopo aver sfruttato cinicamente per decenni o secoli i territori di provenienza delle migrazioni; l’incapacità di fare sistema politico europeo a vantaggio di tutti gli Stati membri, nella indisponibilità a rimetterci economicamente a livello nazionale a vantaggio di situazioni di criticità altrui, rincorrendo invece gli interessi nazionalistici adocchiati.

A livello ecclesiale. Non c’è dubbio che, secondo la parola profetica di Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo, la Chiesa è fondata sulla Roccia che è Cristo, della cui autenticità e integrità di fede è garante Pietro, che, per grazia singolare, partecipa della solidità della Roccia che è Cristo (cfr Sant’Agostino). La sua storia bimillenaria ci documenta come sia stata sconquassata da immani sconvolgimenti. Eppure, mai nessuna potenza diabolica, con quanti ne sono diventati gregari, è riuscita ad abbatterla, nemmeno quando è stata guidata da Papi, la cui condotta immorale smentiva assurdamente la loro funzione petrina. A tale riguardo, ci sia consentito ringraziare Dio per il Papi dei nostri tempi, ognuno dei quali è stato un dono speciale di Dio per il tempo esatto del proprio papato. Con sentimenti di speciale gratitudine, in questa vigilia della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, il nostro pensiero va a papa Francesco, un grande innamorato di Gesù Cristo, che la Provvidenza ha destinato a guidare la Chiesa in questi nostri giorni travagliati.

A livello della piccola chiesa domestica qual è la famiglia fondata sul sacramento del Matrimonio. Dal versante civile noi riconosciamo validità di matrimonio anche a quello civile, celebrato davanti ad un funzionario dello Stato. Ma non è su quel genere di matrimonio che intendiamo fissare l’attenzione. Tanto meno su quello che, per usurpazione, intendono far proprio nella terminologia e nei diritti civili, coloro che, partendo da una unione di fatto, di ogni genere, anche omologa, hanno ottenuto il riconoscimento civile giuridico della loro unione, con l’obiettivo di alterare dall’interno l’identità istituzionale della famiglia. Il Papa stesso, avendo chiaro l’incombere funesto di tale pericolo, parlando a braccio al Forum delle Famiglie recentemente, ha ricordato che la famiglia è fatta esclusivamente da un uomo e di una donna che si impegnano nella reciprocità alla fedeltà.

La famiglia istituzione sacra

La famiglia è istituzione sacra. Alterarne il DNA è da criminali. Si commette infatti il più abietto dei delitti, quello di far implodere su se stessa la società che, nel suo essere civile, è fondata sul suo nucleo sano dato dalla famiglia istituzionalmente costituita. A mano a mano che si contrarranno di numero, oltre che di qualità, le famiglie istituzionalmente costituite, si estenderà l’area sociale del vivere la cultura dell’individualismo, impregnata delle leggi della giungla.

La Provvidenza ha disposto che il progetto di Dio sull’umanità sia imperniato proprio sulla famiglia, al punto che papa Francesco nell’Amoris laetitia non ha esitato a definirla icona della Trinità, nel suo essere Famiglia divina, segnata da relazioni interpersonali che ne definiscono e qualificano l’identità personale. Dio infatti è Relazione assoluta. Questa considerazione dischiude le porte a riflessioni di carattere spirituale e pastorale dalle possibili fecondissime ricadute. Pensiamo, ad esempio, al senso e al valore della relazione, fondata sul riconoscimento, sul rispetto e sulla valorizzazione della persona nel vincolo permanente della fiducia e della donazione reciproche e non su un rapporto contrattuale per sua natura provvisorio. Come a dire che se nella coppia viene assunta la categoria della relazione, che ha il suo parametro assoluto nel Mistero dell’Amore Trinitario di Dio, si realizza in essa il mistero della famiglia come Dio l’ha pensato, progettato e realizzato a livello creazionale.

Se poi questa realtà creaturale che ha valore divino, e che ogni legislazione civile ha il compito e il dovere di tutelare nella sua identità, viene accolta nell’abbraccio del sacramento del Matrimonio cristiano, allora l’originario progetto divino tocca i suoi vertici di realizzazione. Ecco la famiglia costruita sulla Roccia dell’amore tra Cristo e la sua Chiesa! Diciamo, forse ancor più esplicitamente, della sponsalità nuziale  di Cristo con la sua Chiesa.

Tra matrimonio, patrimonio, sponsalità, nuzialità

Non vi sia disdicevole se mi permetto una precisazione di termini, al fine di scegliere quelli probabilmente più consoni con la realtà espressa da ciò che la tradizione teologica della Chiesa definisce sacramento del Matrimonio. Tutte cose note. Anzitutto, il termine matrimonio: evoca il senso del gioiello della madre, che sono i figli, a cui si controbilancia il termine patrimonio che evidentemente richiama i beni economici che fanno riferimento al padre di famiglia. Questi due termini sono alquanto riduttivi rispetto al contenuto teologico del sacramento del Matrimonio. Assai migliori gli altri due: sponsalità e nuzialità. Il termine sposo/a contiene in sé, etimologicamente, il senso della risposta: nella reciprocità, sposo e sposa sono la risposta esistenziale uno all’altro, sicché uno può dirsi sposo in relazione alla donna che è la risposta alla completezza del suo essere personale; e una può dirsi sposa in relazione all’uomo che è la risposta alla completezza del suo essere personale. Del resto, questo ne è il senso suggerito dal testo biblico che narra la gioia di Adamo di aver finalmente trovato, in Eva, “l’aiuto corrispondente” ( cfr Gn 2, 18-23), cioè la risposta esistenziale capace di portare a compimento la sua incompiutezza di essere “uomo”, in conformità al progetto creazionale di Dio: “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: Maschio e femmina li creò” (Gn 1,27).

Di conseguenza, prima e a fondamento della coniugalità ci sta la sponsalità, cioè l’essere in verità risposta uno all’alto, altrimenti la stessa coniugalità si banalizza e si spegne. Ora, come ben sapete, in Dio, Mistero di Amore Trinitario, nella assoluta reciproca sponsalità, intesa come essere la risposta reciproca, il Padre è la risposta assoluta al Figlio e il Figlio è l’assoluta risposta al Padre per la potenza trasformante dello Spirito Santo che fa dell’Essere donante del Padre e dell’essere accogliente del Figlio un assoluto dono di amore. Proprio Lui, Mistero di Amore Trinitario, vi ha creati per essere nella reciprocità risposta uno all’altro; vi ha fatti incontrare per essere risposta reciproca; vi ha fatti desiderare fino all’innamoramento; e con le risorse di amore divino trinitario trasmesse a voi permanentemente del sacramento del Matrimonio rende realizzabile l’essere uno la risposta autentica e beatificante dell’altro.

Va da sé che la sponsalità non esprime sottomissione ma subordinazione, nel senso che nessuno sottostà all’altro come lo schiavo al suo padrone, ma ognuno sta al suo posto, con la sua identità e missione, in reciproca relazione vitale. Non dunque: “Siate sottomessi gli uni agli altri … la moglie sia sottomessa al marito” (il verbo sarebbe upotithemi, che Paolo non usa mai), ma: “Siate subordinati gli uni agli altri … le mogli siano subordinate ai loro mariti” (Ef 5, 21-22: dal verbo upotasso che significa: ognuno al suo posto al meglio di sé in relazione vitale con gli altri). Come a dire: “Le mogli siano mogli e siano messe nelle condizioni di essere mogli e i mariti siano mariti, messi nelle condizioni di essere mariti”.

E la nuzialità, termine tanto caro a don Renzo e anima di “Mistero grande”. Non a caso. Il termine nozze evoca la nube della trascendenza di Dio amore. Per esplicitare il pensiero: la nube che avvolge la nuzialità sponsale del Padre e del Figlio e che fa sì che tutto l’Essere del Padre si trasformi in amore al Figlio, e viceversa, sicché l’Uno è Paradiso per l’Altro, è lo Spirito Santo, il medesimo che ha coperto con la sua nube di Amore Trinitario Maria per renderla Madre del Figlio di Dio, e che rende sposi i nubendi.

Sposarsi nel Signore

Ora Cristo è davvero lo Sposo della Chiesa nel senso che è la risposta assoluta al suo bisogno di amore salvifico. Tra Cristo e la sua Chiesa si compiono permanentemente le nozze divine, in quanto Cristo copre con la nube del suo Amore salvifico, che comunque è pur sempre l’Amore Trinitario, la sua Chiesa. Ecco, in sintesi, la nuzialità sponsale, o sponsalità nuziale, tra Cristo e la sua Chiesa. Non ci resta che entrare, in punta di piedi e adoranti, nel mistero della nuzialità sponsale sacramentale: è nella nuzialità sponsale di Cristo con la Chiesa che, per l’azione trasformante dello Spirito Santo, si compie il mistero della nuzialità sponsale sacramentale tra un uomo e una donna. Uomo e donna, raggiunti insieme dalla grazia sacramentale, partecipano dell’amore che caratterizza la nuzialità sponsale tra Cristo e la sua Chiesa. E ne diventano il segno efficace, da testimoniare e consegnare in dono nella ferialità, a cominciare dai figli, dai familiari fino ai colleghi e fino alle altre famiglie, specialmente a quelle in crisi. Per gli sposi cristiani che ogni giorno pregano insieme e si nutrono di Parola di Dio, che celebrano almeno settimanalmente il sacramento fontale della nuzialità sponsale di Cristo e della sua Chiesa qual è l’Eucaristia, che celebrano assiduamente il Sacramento della Riconciliazione e si impegnano in una formazione permanente, Dio affida la missione di dare visibilità al suo amore per l’umanità, nella quale si sta estinguendo il senso stesso dell’umanità e della civiltà valoriale, divorata come è da quell’individualismo definibile come l’antitesi della relazione di amore gratuito e totale che è il sigillo di una autentica nuzialità sponsale. Allora la fedeltà permanente e irreversibile, che tanta paura incute oggi, altro non è se non il compimento naturale degli step che caratterizzano la relazione sponsale nuziale, fondata sulla fiducia, sulla confidenza e sull’affidamento esistenziale quotidiano. Una famiglia di tal tempra, fondata sulla nuzialità sponsale sacramentale, è l’humus più propizio per ogni genere di vocazione alla santità: vocazione alla santità di famiglia, di vita consacrata e di vita ordinata.

 

Non resta che metterci in ginocchio e adorare un tale mistero di cui vivono gli sposi cristiani, resi ancor più visibili se fanno gruppo, per far risplendere il loro amore di nuzialità sponsale e così rendere gloria al Padre che è nei cieli. Non c’è dubbio che un sì grande Mistero, qual è quello della nuzialità sponsale, va annunciata con parresia, da parte degli stessi sposi, ma anche dei presbiteri che esercitano il loro miglior e più efficacia ministero accanto agli sposi e alle famiglie.

 

 X Giuseppe Zenti

Vescovo di Verona

 

 
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