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Il prete trasparenza sacramentale di Cristo Pastore   versione testuale
Cattedrale, 29 marzo 2018 - Messa del crisma






 

Carissimi presbiteri e diaconi, diocesani e religiosi, lo stesso Spirito che il Vangelo appena proclamato ha rilevato su Cristo come realizzazione della profezia di Isaia sul Messia, è anche sopra di noi, anzi  in noi, per renderci idonei alla missione della evangelizzazione in questo nostro tempo, in questa incarnazione della Chiesa universale qual è la nostra diocesi di San Zeno.

Un Presbiterio consapevole della realtà per portarvi la gioia del Vangelo

Saggezza vuole che prendiamo coscienza e atto della realtà socio culturale, nella quale il Signore ci ha chiamati ad essere pastori evangelizzatori per conoscerne gli ostacoli e soprattutto per rintracciarne le brecce di reale disponibilità al Vangelo.

Lo scenario socio culturale nel quale ci troviamo ad operare da pastori d’anime, da cui nessuno è immunizzato, è radicalmente mutato rispetto anche solo a qualche decennio fa. Siamo stati colti di sorpresa, alla sprovvista, impreparati. Senza nemmeno accorgercene, è cambiato il sentire della nostra gente che è stata da noi battezzata, confessata, comunicata, cresimata, sposata, pastoralmente coltivata: in larga parte è diventata più cliente  dei media e degli idoli del neopaganesimo che discepola del Vangelo. A maggior ragione il mondo giovanile, figlio di questa cultura. Insomma, il terreno socio culturale in cui sono radicati i nostri battezzati è oggi parecchio scristianizzato, per effetto della cultura del secolarismo: persino la Messa da una troppo ampia parte dei battezzati non viene considerata come l’asse portante, irrinunciabile dell’essere cristiani. Questo terreno reso forzatamente deserto, arido, senza acqua, per essere fecondato ha bisogno del Vangelo come dell’aria e della pioggia.

In effetti, lo stesso senso profondo di infelicità generalizzato, rilevato da varie ricerche di carattere sociologico, si fa grido nei confronti di quello che papa Francesco ha definito “Il Vangelo della gioia”.

Carissimi, questa è fondamentalmente la nostra missione: far riscoprire alla nostra gente, battezzata ma poco cristianizzata o scristianizzata, il Vangelo della gioia. Noi non siamo i seguaci di un guru di passaggio, ma i discepoli apostoli del Verbo di Dio Creatore, il Messia, il Salvatore dell’intera umanità, il Signore della storia. Portare il Vangelo, cioè la Persona viva di Cristo, il Crocifisso Risorto, dentro il cuore dell’uomo, inquieto ed infelice, là dove comunque ci precede Cristo che abita il cuore di ogni uomo nel dono del suo Spirito che soffia dove vuole, è la più affascinante impresa che possa essere affidata ad una persona. La nostra missione è necessaria, la più necessaria perché la nostra gente, a cui vogliamo un mondo di bene, abbia il Senso del vivere.

Certo, l’impresa oggi è titanica, se considerata esclusivamente sotto il profilo umano. Ma l’impresa è di Dio! E Dio non ci chiede di risolvere tutto, in questo scatenamento del mistero dell’iniquità, ma di essere umili e generosi suoi collaboratori, per dirla con l’apostolo Paolo (cfr 1 Cor 3,9; 2 Cor 6,1)!

Un Presbiterio fraternamente unito e corresponsabile

finalizzato all’Impresa di Dio, della sua Signoria

Siamo però suoi collaboratori non individualisticamente, bensì solo come Presbiterio! Per essere all’altezza di diventare suoi collaboratori nel nostro tempo è necessario che siamo un Presbiterio corresponsabile e fraternamente unito, grazie al suo essere in comunione obbedienziale con il proprio Vescovo pro tempore, “visibile principio e fondamento di unità nella sua Chiesa particolare” (LG 23). Nessun prete ha il diritto di farsi la sua vita, da battitore libero: sarebbe in contraddizione con il suo stesso essere. Ogni presbitero sente forte e irrinunciabile, vitale, il bisogno di vivere la fraternità sacerdotale, sotto la guida del suo Vescovo. A cominciare dallo stare insieme. A lungo e volentieri. Dedicando tempo prolungato alla preghiera, alla riflessione, alla confidenza. È un tempo riservato ad una pastorale di eccellenza: prenderci reciprocamente cura dei confratelli, perché tutti tendano alla santità!

A mano a mano che sperimentiamo la bellezza dello stare insieme, come evidenzia la Parola di Dio: “Com’ è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme ‘unanimi e concordi’  … in perfetta comunione di pensiero e di sentire … là il Signore manda la benedizione” (Salmo 132,1; Fil 2,2; 1 Cor 1,10), riusciamo ad entrare nell’animo dei confratelli, ad intercettarne e capirne i travagli, a prenderli dal verso giusto, a sentirceli più vicini, persino più simpatici: allora pettegolezzi, insinuazioni velenose, maldicenze, battute sarcastiche svaniranno da sé, soprattutto nei confronti di confratelli in difficoltà, di cui sentiamo il dovere di farci carico. Tutti abbiamo bisogno della vicinanza, della stima e dell’amicizia fraterna gli uni degli altri, fondata sulla comune appartenenza ad un medesimo Presbiterio nel quale siamo radicati, incardinati. Scambiamoci questo regalo pasquale. Senza reticenze ed esclusioni.

La pastorale ne avrà sicuri ed immediati benefici, soprattutto in vista delle Unità Pastorali. Aiutiamoci reciprocamente a vivere come Cristo Pastore, a viverlo nel profondo del nostro cuore. Aiutiamoci ad essere preti contenti, appassionati, entusiasti. Aiutiamoci a fare del nostro cuore la dimora di Cristo non condivisa con nessun altro: tutta la carica di nostri affetti è per Lui e in Lui per tutta la gente, senza zone franche. Nessuno diventi concorrente di Cristo in noi. Di conseguenza, da acrobati dello Spirito quali siamo non possiamo permetterci fatali distrazioni, divagazioni e tempi di ozio in avventure indegne di un semplice cristiano.

L’umanità del prete trasparenza di Cristo Pastore

Carissimi confratelli, configurati a Cristo pastore per il sacramento, siamo chiamati a conformarci a lui ogni giorno per essere il più possibile trasparenza della sua presenza sacramentale in noi: la nostra gente veda in noi Cristo pastore, incontri in noi Cristo Pastore, Lo ami e Lo segua con noi.

Per essere sua trasparenza occorre che sempre più assumiamo nel nostro animo i suoi atteggiamenti di Buon Pastore, che sta in mezzo alle pecore volentieri, le conosce per nome, le riconosce come sue, conosce la loro situazione di salute ed assicura pascoli nutrienti. Oggi per noi  vuol dire anzitutto andare incontro alla nostra gente, metterci nei suoi panni, anche sporchi e logori, senza pretendere di ingabbiarla in rigidi schemi prestabiliti, ma con quella flessibilità che, tenendo in animo chiaro il senso delle norme, si china come buon samaritano sulla concreta condizione delle persone e delle famiglie. Sull’esempio di Gesù Buon Pastore “mite e umile di cuore”, ci aiutiamo a trattare la nostra gente con una grande carica di umanità. Quella che il Concilio Vaticano II definisce “urbanitas” (OT 11), cioè il senso della accoglienza affabile, del rispetto, della finezza d’animo, del tratto garbato, della dolcezza, della gentilezza, della amabilità, dell’ascolto sincero, della benevolenza, della divina pazienza e longanimità e persino del buon umore, come viene evidenziato. Veniamo incontro alla gente fino al limite del possibile, del buon senso, conoscendo la complessità del cuore umano e delle situazioni aggrovigliate in cui si dibatte ogni giorno la nostra gente. Chiunque incontra un prete, e incontrando un prete riporta sempre la sensazione di incontrare l’intero Presbiterio, possa sentirsi accolto con le sue criticità, come ci ricorda papa Francesco nell’Amoris laetitia, mai respinto da un fare sbrigativo, infastidito e brusco.

Soprattutto, nell’era del digitale, che fa sperimentare alla gente il senso della massificazione, possiamo appigliarci al bisogno e al desiderio di personalizzazione delle relazioni. Qui abbiamo una porta spalancata. Basta che entriamo in empatia e in conseguente simpatia nell’animo della gente, da amici non da gendarmi della moralità, da condiscepoli di Gesù, suoi testimoni, non da maestri. Ricordiamoci che l’oggi e il domani dell’evangelizzazione dipende in massima parte da noi, dal nostro essere un presbiterio fraternamente unito e talmente umano da essere autentica testimonianza e limpida trasparenza di Gesù Cristo in assoluto il più umano di tutti gli esseri umani, fonte unica ed inesauribile di umanizzazione proprio nel farci figli di Dio.

Nessun atteggiamento opacizzi la presenza in noi di Cristo Pastore: “Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero, ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Cristo, con molta pazienza” (2 Cor 6, 1-4a). Aiutiamoci allora reciprocamente ad essere preti umani, tra di noi e con la gente, grazie soprattutto ad un forte radicamento in noi dell’umiltà, senza la quale non si va da nessuna parte, come abbiamo evidenziato nel ritiro di Quaresima.

Riconosciamolo: il nostro ministero di oggi è più affascinante, più appassionante, più entusiasmante di quello di ieri quando potevamo contare su una tradizione di iniziative stagionate che davano risultati. Davvero è valso la pena di essere venuti al mondo per essere i preti dell’oggi. Un Presbiterio così è credibile e significativo per giovani che si interrogano su quale percorso vocazionale di vita il Signore li sta orientando. Di conseguenza, non rassegniamoci alla fatalità di una prospettiva che ci dà per spacciati, drasticamente ridotti al lumicino come presbiteri: le sorprese di Dio non sono mai mancate! Dio non farà mancare vocazioni al presbiterato se gliele chiediamo con intensa preghiera; se ce ne prendiamo cura, nell’individuazione e nell’accompagnamento spirituale, come una priorità della pastorale; se saremo un Presbiterio secondo i desideri di Gesù. Dal nostro Presbiterio di oggi dipende il Presbiterio di domani della diocesi di San Zeno!

La Vergine Maria accompagni l’intero nostro Presbiterio ad essere trasparenza di Cristo Pastore a servizio dell’evangelizzazione della nostra gente che abita il nostro cuore di pastori d’anime.

 

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