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Grazie, Signore, per il dono della diocesi di San Zeno!   versione testuale
Cattedrale, 29 giugno 2017 - Solennità dei Santi Pietro e Paolo - I dieci anni di episcopato a Verona






Eccellenza reverendissima, mons. Pedro Zilli vescovo di Bafatà in Guinea Bissau dove operano due nostri missionari fidei donum, don Lucio e don Giuseppe: concelebranti, che ringrazio per la presenza significativa e numerosa, consacrati/e, fedeli tutti, stiamo celebrando la Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Potremmo anche definirla Festa della fede autentica e integra della Chiesa e della sua costituzione apostolica - petrina come garante nel tempo dell’autenticità e integrità della fede cristiana.

Tale fede è stata espressa da Pietro a Cesarea di Filippi: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e trova in lui la personificazione, nel senso che si identifica con lui, con la sua nuova identità: Pietro è quella professione di fede. Quella stessa fede è stata esplicitata e scandagliata nei suoi contenuti da Paolo, ma soprattutto vissuta in modo straordinario: “Per me il vivere è Cristo! Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La vita che io vivo nel corpo la vivo nella fede del Figlio di Dio che ha amato me e ha dato se stesso per me!” (Fil 1, 21; Gal 2, 20).

Una Chiesa in comunione con il Pietro di oggi

Garante e personificazione di tale fede per noi è il Pietro di oggi, papa Francesco, il Papa giusto per il nostro tempo, per l’oggi, come lo sono stati tutti i Papi che hanno guidato la Chiesa lungo il corso dei miei 70 anni di vita. Davvero  tutti Papi giusti al tempo giusto, degnissimi vicari di Cristo: Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI emerito che ricordiamo con venerazione, Francesco. Possiamo definirli tutti regali eccezionali di Dio, nel dono del suo Spirito alla Chiesa che vive nel travaglio, tra gli scogli della storia.

A onor del vero, sono stato aiutato a guardare sempre con fede ai Successori di Pietro dai miei stessi genitori. Ma poi il mio senso di fede ecclesiale nei confronti dei Successori di Pietro sulla Cattedra di Roma si è ulteriormente rafforzato e maturato in seguito al mio appassionato studio di Agostino, sul quale ho condotto la tesi di laurea in Lettere classiche a Padova, svolgendo l’argomento: “Le Sedi apostoliche in Agostino”. Da quello studio si evince che Agostino è il  primo teologo della funzione petrina dei Papi, a cui dare il proprio assenso carico di amore. In proposito Agostino, proprio in occasione della festa di san Pietro, così si espresse: “Può una persona dichiararsi un cristiano se non ama il Pietro” (“et potest quisque christianus non amare Petrum?”. Tradotto per noi: “può una persona dichiarare di essere cristiana se non ama il Pietro di oggi, cioè se non è in piena comunione di fede e di affetti con papa Francesco?”. La comunione con la santa Sede, in definitiva con il Pietro di oggi, fa parte naturale dell’essere Chiesa Cattolica. Va da sé allora che anche in questa solennità la nostra Diocesi di San Zeno, con il suo pastore, riconferma la piena comunione di fede, di sensibilità e di affetti con papa Francesco, il Papa della Provvidenza per l’oggi della Chiesa e del mondo.

Carissimi, oggi siamo chiamati a rivisitare l’autenticità e la consistenza della nostra fede petrina, che connette inscindibilmente Cristo e la sua Chiesa, fondata appunto sulla fede autentica in Cristo, suo Corpo e sua Sposa! Nessuno può dire di amare Cristo se non ama la sua Chiesa, suo Corpo e sua Sposa, come la ama Lui, sacrificando se stesso (cfr Ef 5, 29).

I dieci anni di episcopato nella diocesi di San Zeno

In questo contesto liturgico scadono i miei dieci anni di episcopato nella diocesi di San Zeno, da dove ero partito da figlio per la diocesi di Vittorio Veneto e dove sono tornato da vescovo. Posso dire che questi dieci sono stati da me vissuti in comunione con papa Benedetto e con papa Francesco. Non  sono stati anni facili. In questi dieci anni è cambiato il mondo, sotto tutti i punti di vista: economico finanziario, politico, sociale, culturale, religioso.  Eppure, il primo sentimento, dal profondo del cuore è il grazie a Dio, di cui ho sperimentato la presenza salvifica. Ma sento il bisogno di dire grazie anche quanti mi sono stati vicini nella collaborazione e nella preghiera, all’intera Diocesi, ai diaconi, ai consacrati/e, ai fedeli laici.

Data però la nostra familiarità, non posso sottrarmi a domande confidenziali che intercetto dal vostro cuore, a forma di intervista.

*Quale eredità spirituale e pastorale ha ricevuto nel suo mandato di Vescovo di Verona?

Per molti aspetti, è una eredità invidiabile persino da colleghi Vescovi. Alludo in particolare alla Traditio Ecclesiae veronensis impreziosita di numerosi preti, zelanti nel loro insieme; costantemente arricchita di Istituzioni caritative ed educative; corroborata da famiglie unite e cristiane in massa; rinforzata di promettenti risorse da un Seminario ben frequentato; resa dinamica dai suoi Centri pastorali e dalle Aggregazioni della Consulta dei Laici; espressa da un volontariato molteplice e sensibile; resa effervescente da iniziative di ogni genere a non finire.

*Come si è trovato nell’esercizio del suo ministero di Vescovo?

Conoscevo la situazione per esservi stato come Vicario generale. Nella sostanza, mi sono trovato bene. Mi sento a casa mia. Ma non sono mancate numerose problematiche complesse, che mi sono deciso ad affidare al Crocifisso, come suggerito dal Salmista: “Getta nel Signore ogni tuo pensiero che ti logora e rode”. Citando Sant’Agostino potrei dire che ho passato questi dieci anni “fra le tribolazioni del mondo e le consolazioni dello Spirito” (“Inter tribulationes mundi et consolationes Spiritus”. Ho dovuto imparare a rallentare il passo e, proprio io che per natura avrei usato la sesta marcia nella realizzazione di progetti pastorali, ho imparato a usare le marce ridotte, impegnandomi a risolvere il risolvibile e a sopportare ciò che richiede tempi lunghi o lunghissimi.

*Quali sono state le sue principali sofferenze?

La percezione sempre più incalzante di sostanziale impotenza di fronte al venir meno del senso della famiglia e della sua alterazione genetica, anzi, di fronte allo sfascio delle famiglie a slavina; la constatazione che una troppo ampia fetta di mondo giovanile, quella stessa cresimata da me o dai miei collaboratori, si trova senza orizzonte di prospettive occupazionali dignitose e viene lasciata andare alla deriva del non senso; una certa desertificazione delle Messe da parte delle generazioni più giovani; le povertà economiche da miseria; gli egoismi di tanti ricchi;  i preti che lasciano il ministero …

* E quali sono state le sue gioie più limpide?

Anzitutto il poter condividere la fede in Cristo con i Cristiani e annunciarla con entusiasmo a loro secondo l’aforisma di Agostino: “con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”; aver potuto far affidamento su un Presbiterio nel suo insieme di grande valore, laborioso e animato da sincera fede, orientato sempre di più a superare l’autoreferenzialità e a convertirsi al senso della comunione fraterna corresponsabile; le tante celebrazioni di Cresime; le ordinazioni diaconali o presbiterali; il presiedere l’Eucaristia soprattutto in Cattedrale; gli incontri tra Vescovi e con il Santo Padre;  gli incontri con i miei preti e con i seminaristi; la vicinanza ai sofferenti, ai disabili e agli anziani; l’opportunità di aver incontrato per dieci mesi all’anno i quattro monasteri di clausura per la messa e per una riflessione; la constatazione che, nonostante una cultura avversa, molte famiglie hanno voglia di essere famiglia, addirittura famiglia cristiana e non pochi giovani si mostrano aperti alla generosità e alle indicazioni dello Spirito; un Seminario che tiene; una certa disponibilità di fondo riscontrata in preti e laici di dare avvio alle Unità pastorali nel segno della corresponsabilità; tanta gente, meravigliosa e sorprendente, che, nonostante tutto, ci crede ancora e prega; l’adorazione eucaristica in dilatazione; una diffusa devozione a Maria.

*Il suo impatto con il mondo politico?

Al di là delle dicerie e delle illazioni, del tutto infondate, sono sempre stato libero da ogni partito, al di sopra delle parti. Semmai, ho sempre esortato tutto il mondo politico a realizzare il bene comune delle famiglie, nel difenderne l’identità e nel soccorrere le criticità; a solidarizzare coni poveri, e ad assicurare attenzione alle Scuole Cattoliche che tanta importanza educativa hanno in tutto il Veneto e a Verona. Sollecito i miei stessi preti a non lasciarsi mai vincolare da partiti e tanto meno a farne propaganda, nella consapevolezza di essere preti di tutti, per tutti. E poi mi sento libero dal potere del denaro, non vi sono attaccato.

*Quanto è stato fedele al suo motto: “Mihi vivere Christus” (“Per me il vivere è Cristo”)?

Sono passati ormai tredici anni e mezzo d quando sono stata ordinato vescovo. Dando uno sguardo retrospettivo, sento di dover riconoscere che è più il “vorrei averlo vissuto in pienezza”, che l’averlo di fatto vissuto in pienezza. Anch’io, come Pietro, mi sento ripetere da Gesù: “Mi ami tu più di costoro?”; o “davvero Io sono il senso del tuo vivere?”. Sono costretto a rispondere nella verità: “Tu sai tutto, Tu sai che ti voglio bene, da amico, ma non sono un eroe dell’amore, sono un pover uomo, fiducioso però nella tua misericordia!”. Comunque, nessun’altra realtà che non sia Gesù Cristo, Parola di Verità del Padre ed Eucaristia, è il focus del mio vivere.

Carissimi, come dono per questo mio decennale vi chiedo una preghiera speciale alla Madonna, perché mi ottenga la grazia di mettere, a mano a mano che avanzo verso il compimento della mia esistenza terrena, sempre più al centro del mio essere, pensare e agire il Mistero dell’Amore Trinitario di Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo. E di aiutare a mia volta, con tutto me stesso, la Chiesa affidata al mio ministero episcopale a fare del Mistero pasquale di Cristo, il Crocifisso Risorto, il cuore pulsante del suo agire pastorale nella stagione della sua nuova evangelizzazione.

 

 

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