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Ultimamente pare che le cose siano un po’ cambiate, ma fino a qualche secolo fa la strategia militare insegnava che le guerre si vincono se fanteria e cavalleria giocano i propri numeri, ognuna fino in fondo. Ricorderemo sicuramente qualche bel film con le scene memorabili di eserciti che si affrontano, guidati da Alessandro Magno o Massimo Decimo Meridio, protagonista de “Il Gladiatore”. La fanteria è certo più lenta a muoversi sul terreno, fa il lavoro sporco del corpo a corpo, ci mette un tot di tempo a cambiare tattica, arruola oves et boves, e con la logica del grande numero mantiene un profondo radicamento al carattere nazional-popolare. La cavalleria, al contrario, è più dinamica, agile per struttura e natura, incisiva nelle sue incursioni in campo aperto, capace di spostamenti rapidi e insospettati. Direte voi: che c’entra? La fanteria è la parrocchia. La cavalleria i movimenti ecclesiali. Forse l’esempio non è dei migliori, ma rende l’idea. Sarebbe ingenuo che la fanteria cominciasse ad assumere connotazioni cavalleresche che non le si addicono. E altrettanto patetico sarebbe che la cavalleria si strutturasse in modo tale… da andare a piedi. Ognuna deve essere se stessa, nel migliore dei modi. Se vogliamo vincere la sfida della cultura e della strisciante secolarizzazione, la Chiesa deve ricorrere alle sue armi migliori. In sostanza, schierare fanteria e cavalleria. Sarebbe alquanto curioso che le due, anziché preoccuparsi del nemico da combattere, cominciassero a ingaggiare tra loro scaramuccie inconcludenti e sfottò irriverenti. O, cosa peggiore, iniziassero a criticare quei determinati aspetti che fanno di ognuna ciò che propriamente è. È indubbio che i movimenti dimostrano capacità di penetrazione e incidenza nelle persone e negli ambienti di vita, così come riescono a sviluppare una coscienza di identità e appartenenza molto radicata. Missione ed evangelizzazione sono il loro punto di forza. Con il proprio comportamento provocano le persone a porsi domande vere sull’esistenza umana e sul mistero di Dio. Mostrano stili di vita che bucano anche la totale indifferenza degli indifferenti. Dal canto suo la parrocchia assicura una apertura assolutamente popolare, custodendo la destinazione universale, tipica del Vangelo. Accoglie al suo interno anche i poco convinti, scommettendo di riuscire a farne veri credenti. La porta della sua chiesa è sempre aperta, anche nelle celebrazioni più importanti qual è l’Eucaristia. Come a dire che ognuno vi è ammesso per il solo fatto che vi voglia entrare, anche per un momento, anche per sola curiosità. La parrocchia crede di poter ancora giocare la carta di una certa qual socializzazione religiosa rivolta a ragazzi e adulti, perché spera possa trasformarsi in un primo passo verso la Chiesa e verso Cristo. Mai come ora dobbiamo serrare i ranghi e promuovere ciò che di meglio riescono a esibire le forze pastorali, fanteria e cavalleria. Viceversa il rischio è uno solo: non tanto finire per essere minoranza, quanto piuttosto essere ridotti a un’assoluta irrilevanza. |