Le soste di Gesù dalla sua frenetica attività di immersione tra la gente, registrate dagli evangelisti (cfr Mt 14, 13; 17, 1; Mc 6, 31; 9, 2; Lc 9; 28; 10, 38-42), preludono ad una rivelazione della sua identità e, nel contempo, spesso servono per fare il punto della situazione.
Tale è anche la sosta compiuta a Cesarea di Filippi, nella edizione matteana. Gesù vi giunge in compagnia dei discepoli, proveniente da un lungo percorso, alquanto complesso e articolato. Dopo la narrazione del martirio di Giovanni Battista, Matteo così snoda gli avvenimenti: la prima moltiplicazione dei pani e l’attraversata del lago, nei quali eventi Gesù lascia trasparire i tratti della sua divinità. Gesù approda a Gennesaret, dove compie guarigioni di malati; entra in discussione con i farisei sulle loro tradizioni e sulle questioni che riguardavano la purità o impurità dei comportamenti. Si ritira nella zona di Tiro e Sidone, fuori dal territorio della Palestina, dove guarisce la figlia della cananea. Ritorna presso il mare di Galilea e vi moltiplica i suoi interventi di guarigione a catena. Preso da infinita e materna compassione per la gente che lo seguiva, vi compie la seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dopo una scintilla di diatriba con farisei e sadducei che chiedono un segno, passa all’altra riva del lago, invitando i discepoli a stare in guardia dal lievito dei farisei e dei sadducei.
Dal lago muove i suoi passi verso il nord della Galilea. E si ferma a Cesarea di Filippi appunto. Già due anni fa, in occasione della festa della Cattedra di S. Pietro, abbiamo commentato il primo tratto del testo di Mt 16, 13-19: “Chi dice la gente che io sia?”. L’anno scorso abbiamo riflettuto sul senso delle espressioni: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” e “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Quest’anno desidero porre attenzione alle due espressioni successive: “Le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 18b-19a).
Il testo greco evoca le porte dell’Ade, immagine giustamente tradotta con “le potenze degli inferi” che personificano le potenze del male. Si tratta della città di satana, ben sorvegliata dal suo custode, satana appunto. Le sue corazzate sono scatenate contro la città di Dio, il suo regno, clavigero della cui porta è stato costituito da Cristo stesso Pietro. La lotta tra le due città, provocata dalla città di satana, che traduce il travaglio drammatico della storia, è furibonda. Tuttavia ha un esito già certo, anche se non immediatamente visibile: “le potenze degli inferi”, scatenate per travolgere nella logica della ribellione a Dio, nel peccato, gli uomini, arrecando loro la morte eterna, “non prevarranno su di essa”; non avranno il sopravvento; etimologicamente: la forza di cui dispone la città, roccaforte, di satana non riuscirà a mettere sotto i suoi piedi, come un vinto, la Chiesa di Cristo. Tema, questo, ripreso del resto dal prologo di Giovanni: “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1, 5). Tra le due città fortificate c’è rivalità irriducibile. Ma la parola della vittoria conclusiva è fin d’ora assegnata alla Chiesa. Grazie alla sua fede autentica e granitica - di cui Pietro è personificazione - che la rende partecipe della potenza di Dio, “roccia di salvezza”. È la fede infatti che vince il mondo, come ricorda la prima lettera di Giovanni: “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1 Gv 5, 4). Eco della parola di Gesù: “Coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). È partecipe di questa vittoria chiunque, credendo in Cristo, è entrato nella sua Città, nel suo regno, passando attraverso Pietro, cioè attraverso la sua fede espressione di genuinità e garante di autenticità. L’ingresso nella Città di Dio non dipende dunque dalla umoralità di Pietro, ma dalla responsabilità dell’uomo che, nell’umiltà, accoglie in sé il dono divino della fede petrina. Quella fede è discriminante. Determina l’ingresso nel regno o l’esclusione da esso. Concetto espresso da Gesù alla conclusione del discorso del monte, sempre nella edizione di Matteo: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile ad un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24). Come il Padre, anche Gesù è Roccia. E anche Pietro, per divina disposizione, è roccia, pietra, in Cristo pietra viva. Partecipa della sua graniticità, in virtù della sua fede “petrina”.