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Il Gruppo onnivoro
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Il Gruppo onnivoro   versione testuale






Usciamo da una stagione contagiata non poco dagli slogan post sessantottini. In quel tempo il concetto di partecipazione la faceva da padrone e l’autogestione ne era l’indispensabile corollario.
Per qualche tratto anche la pastorale giovanile ne rimase vittima. Di quel tempo ben poco è rimasto, salvo una cosa: l’enfasi sul gruppo. Pare che oggi il dogma cui non si possa rinunciare sia proprio “il gruppo”. Ognuno, beninteso, lo intende a proprio uso e consumo, fin quasi a identificarlo con il fisico mettersi a sedere attorno a un tavolo, parlando di una cosa o dell’altra. Mentre con i più grandi si è già cominciato a capire che le cose funzionano in modo leggermente diverso, con gli adolescenti lo si dà per scontato. Intendiamoci: nessuno mette in dubbio la forte valenza pedagogica che nell’età evolutiva assume il trovarsi con i propri pari, così come nessuno mette in dubbio la forte valenza ecclesiologica costituita da questa intermedia esperienza di Chiesa e il senso di appartenenza che ne deriva.
Ciò cui si dovrebbe fare attenzione è che il gruppo non diventi onnivoro e non fagociti cioè tutto ciò che possiamo fare per questi ragazzi. Necessario, sì, ma non sufficiente.
Per il gruppo, infatti, investiamo molto tempo, soprattutto nella sua preparazione. Oggi abbiamo a che fare con ragazzi esigenti, allevati a suon di nuovi media. Talvolta occorrono perciò ore per impaginare il volantino con la preghiera e lo schema della serata; pomeriggi se ne vanno a cercare e montare le immagini giuste da proiettare, con opportuno sottofondo musicale. Senza contare che i più diligenti si ritrovano anche con animatori e animatrici, affinché il tutto funzioni per il meglio.
I guai iniziano se si pensa che tutto ciò possa bastare.
I cristiani infatti non hanno mai smesso di credere al valore della persona, tuttavia la proposta educativa stenta a trarre conseguenze adeguate a questa convinzione. Uno dei sintomi è costituito dalla crisi della relazione educativa diretta, personale. Nel gruppo, dove i ragazzi esprimono volentieri il loro desiderio di stare insieme, diviene debole la possibilità di un dialogo personale che consenta di mettere a fuoco problemi, scelte, impegni, prospettive. È come se tutti, preti, suore, animatori avessimo paura della relazione educativa personale o le preferissimo appuntamenti dove non vi può essere dialogo faccia a faccia. Gli incontri di gruppo sono sì importanti, ma hanno bisogno di essere accompagnati da un dialogo educativo continuativo e personale.
Questo significa che la proposta pastorale deve contenere momenti regolari di confronto e discernimento. Se i preti non sono più in grado di farlo per gli impegni moltiplicati che si trovano sulle spalle, lo facciano i laici. Identificare un laico maturo nell’umanità e nella fede e affiancarlo come tutor personale e non solo animatore di gruppo, sarebbe un’idea da prendere in seria considerazione. Nella convinzione che un’ora di dialogo serio e profondo a tu per tu, incide e orienta più di tanti incontri di gruppo. Torniamo all’accompagnamento personale.
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