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Ai membri dei Consigli Pastorali Parrocchiali   versione testuale
Verona 11 febbraio 2017





Carissimi,
vi scrivo per la fiducia che ripongo in voi, membri del Consiglio pastorale Parrocchiale. Già vi avevo segnalato la necessità per le nostre parrocchie di mettersi in rete collaborativa sul territorio, attuando le zone pastorali. Di queste stesse zone pastorali, non ancora definitive, alcune hanno bisogno di ulteriori ridefinizioni.
Ma ora è maturo il tempo in cui dobbiamo parlarci a cuore aperto, in un coinvolgimento di reale corresponsabilità laicale, già auspicata dal Concilio. Veniamo al nocciolo della questione. Anche la diocesi di San Zeno, la nostra, deve mettersi in sicurezza pastorale per il prossimo futuro. I tempi in cui anche le parrocchie non grandi avevano il loro curato è lontano secoli. Anzi, assicurare oggi almeno un prete residente per ogni parrocchia è del tutto impossibile e lo sarà sempre di più. Attualmente siamo 598 preti, di cui meno di 400 in diretta e piena attività pastorale, comprese le missioni. Ogni anno caliamo di circa 10 unità. Fra dieci anni i sacerdoti in attività saranno circa 300. Fra vent’anni forse 250. In seguito ci si assesterà su questo numero dato dall’equivalenza tra ordinati e defunti (a patto che preghiamo molto per le vocazioni al sacerdozio e le favoriamo in ogni modo!).
Di fronte alla realtà nuda e cruda, non possiamo più rimandare di anno in anno il problema. Lo dobbiamo affrontare subito, riflettendo insieme e attuando di conseguenza, progressivamente, le cosiddette Unità pastorali. Una vera rivoluzione copernicana. In che cosa consistono? Dal punto di vista del territorio coincidono con le zone pastorali. Ma lo spirito che le deve animare è molto più ecclesiale, comunionale, fraterno. Dovremo sempre più superare il campanilismo autoreferenziale e persino la semplice disponibilità alla collaborazione. Praticamente, tra le parrocchie di tale zona si deve quanto prima condividere il progetto pastorale, pur nel rispetto dell’identità giuridica, storica e sociale di ogni parrocchia. Prima però di illustrarvi la questione del progetto pastorale da condividere, devo farvi qualche altra necessaria precisazione.
*Va da sé che nelle zone, avviate a trasformarsi in Unità pastorali, dove, ad esempio, oggi operano otto preti, con l’andare degli anni si troveranno disponibili sei-quattro preti. Questa è la realtà. E magari le parrocchie, oggi, ad esempio sette, dovranno contare solo su sei-quattro preti e non più sette-otto. È evidente che, anche se ogni parrocchia avrà ancora un prete come titolare giuridico, per i rapporti con lo Stato, di fatto non tutte avranno il loro prete residenziale. Ancor più precisamente, dal punto di vista pastorale, non ci sarà “il mio prete”, ma “i nostri preti”: evidente ricchezza per tutti. I preti stessi saranno aiutati a maturare quella corresponsabilità che li rende disponibili, ognuno per la propria competenza, ad essere a servizio dell’intera Unità pastorale e delle singole parrocchie dell’Unità.
*Ora, per poter assicurare almeno tre-quattro preti per ogni Unità pastorale è necessario che le Unità siano di una certa consistenza anche numerica: non si tratterà più di parlare di Unità pastorale con tre-sette parrocchie di piccole dimensioni. Anche quelle confluiranno nella grande Unità pastorale.
*La situazione in divenire ci sollecita al coraggio e alla speranza piuttosto che oppressi dalla sfiducia rinunciataria. Siamo davanti ad un nuovo orizzonte pastorale, per nulla minaccioso. Invece che la pastorale sia affidata totalmente al prete o ai preti, è giunta l’ora che se ne prendano cura, con forte senso di corresponsabilità, a cominciare dai Consigli pastorali, anche i laici che sono i primi interessati, oltretutto perché generalmente sono i laici i più stabili nella zona rispetto ai preti con le valigie in mano (auspichiamo che il numero dei preti sia sempre adeguato a dare una certa stabilità!).
*Questo cambiamento di prospettiva pastorale non può avvenire a vostra insaputa, calato dall’alto, dalla sera alla mattina. Occorre anzitutto una presa di coscienza dell’evolversi rapido, incombente, della situazione. Occorre avere il coraggio di verificare risorse e problematiche che caratterizzano il territorio. Occorre far maturare nelle comunità uno spirito di conversione al reale, senza recriminazioni. Occorre predisporsi a ragionare insieme, a dialogare, a confrontarsi, a discernere, a decidere insieme, anche i confini dell’Unità pastorale. Occorre essere disponibili a mettere in atto, passo dopo passo, le tappe necessarie per arrivare entro i prossimi cinque anni alla costituzione definitiva delle Unità pastorali.
*A tale scopo, è necessario partire da un nucleo di laici, donne e uomini, disponibili a costituire il Consiglio pastorale della erigenda Unità pastorale che si affianchi ai preti attuali per avviare tale creazione. I membri del Consiglio pastorale della erigenda Unità pastorale che, all’inizio può essere costituito dai moderatori dei Consigli pastorali parrocchiali, a cui si potranno un po’ alla volta aggiungere altri, dovranno tenere monitorato al proprio Consiglio pastorale parrocchiale l’evolversi delle condivisioni maturate tra preti e laici, in modo poi che, a ricaduta, siano informati e interpellati anche tutti i fedeli della parrocchia, giovani adulti e anziani.
Ora siamo in grado di precisare il quadro di riferimento di quello che abbiamo definito “Progetto condiviso dell’Unità pastorale” che di fatto in se stesso costituisce l’Unità pastorale, anche se non tutte le attività saranno omologate o centralizzate; anche se i preti, per scelte motivate da ragioni pastorali e logistiche, non si trovassero a vivere sotto lo stesso tetto (cosa che sarebbe di gran lunga preferibile): in ogni caso dovranno trovarsi insieme più volte alla settimana, per momenti di preghiera, di riflessione, di convivialità.
Il “Progetto condiviso” prevede:
*un forte senso di corresponsabilità dei laici, che restano laici e non sostitutivi dei preti: ognuno con le proprie competenze! I preti da “direttori d’orchestra”; i laici tutto il resto, di loro specifica competenza;
*la condivisione di scelte pastorali di fondo, commisurate sapientemente sulla realtà territoriale, come concretizzazione degli orizzonti pastorali diocesani;
*concretamente, si tratta di dare vita a scelte operative condivise che riguardano anzitutto una evangelizzazione capillare, almeno di sussistenza, non rifiutando nulla di utile spiritualmente a nessuno, con spirito di benevolenza e di comprensione. Ma, non meno, occorre avviare percorsi differenziati, o incrementarli se già ci sono, che si caratterizzano per tre elementi: anzitutto una formazione adeguata, alta, che risponda alle esigenze dei cristiani che ne fanno richiesta (es. membri del Consiglio pastorale, animatori/trici adolescenti e giovani, gruppi fidanzati disponibili e desiderosi di un di più, gruppi famiglia, catechiste, ministri straordinari della comunione e accoliti, chierichetti e cantorini, AC, membri della Caritas o della San Vincenzo …). In secondo luogo, nei percorsi differenziati si deve sperimentare il senso vocazionale, cioè di una chiamata già in atto o in progressiva, talvolta travagliata, ricerca. In terzo luogo, occorre educare al senso della missionarietà: sentirsi protagonisti nel far conoscere Gesù e la Chiesa a coloro con cui si condivide la ferialità familiare, professionale, ludica …; e coinvolgerli al punto da far maturare in loro il desiderio di imitare i veri cristiani testimoni;
*il “Progetto condiviso” chiede poi particolare attenzione ai percorsi della Iniziazione cristiana, sui quali quanto prima si esprimerà la Diocesi;
*infine, il “Progetto condiviso” prevede una singolare sensibilità condivisa a prendersi cura della partecipazione delle generazioni dei giovani e delle famiglie alla Messa domenicale e festiva: questione oggi drammatica, problematica ed estremamente preoccupante, ma non senza prospettive nella misura in cui ce la prendiamo a cuore.
Come intuite, questa è l’ora della storia in cui siamo tutti interpellati da Dio ad uscire dalla autoreferenzialità per convertirci al senso della fraternità comunionale. Non è l’ora della rassegnazione ma del coraggio apostolico.
Ci assista la materna protezione di Maria, la cui devozione fa parte essenziale del “Progetto condiviso”. Vi ricordo nella preghiera, vi benedico, e vi abbraccio con affetto fraterno, unitamente alla vostra cara comunità parrocciale.

+ Giuseppe Zenti
Vescovo di Verona
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