Martedì 22 Ottobre 2019
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L'autocondanna all'Inferno   versione testuale





 L’essere Inferno è lo stato di vita contrario all’essere Paradiso. Ne parla il CCC nei paragrafi 1033-1037. Se il Paradiso è la condizione di chi si è lasciato conquistare dall’Amore di Dio e, di conseguenza, è inondato di felicità, l’Inferno è la condizione di chi, consciamente e liberamente, ha scelto di lasciarsi dominare dall’individualismo egoista e superbo, come gregario di Satana che ne è il principe. Se vogliamo essere ancor più precisi, va riconosciuta nella superbia la radice velenosa che condanna ad essere inferno, in quanto, in modo analogo ai nostri progenitori, è proprio la superbia che allontana da Dio e fa vivere l’uomo nell’indifferenza reciproca, uno contro l’altro, da individualista egoista. Fa perno su se stesso. Esalta esclusivamente se stesso, come fosse un idolo non detronizzabile. Gli altri non esistono o, se esistono, esistono esclusivamente a suo uso e consumo.
Chi imposta culturalmente la vita su questi parametri dilata attorno a sé l’area da inferno ed è inferno a se stesso. Lo è già nella fase della vita terrena, per sé e per chi ne condivide le giornate in famiglia o al lavoro. Lo sarà, se non accetta di convertirsi, dopo la morte, nell’eternità, e in forma definitiva ed irreversibile. Costui vivrà certo in Dio, poiché nulla può esistere fuori di Dio, ma considerando Dio come un avversario invece che un Padre Creatore. Vivendo in perenne ribellione a Lui, fonte dell’Amore, rifiutando, per incallita superbia, di essere anche solo lambito dall’Amore. Incancrenito nella sua superbia egoista. È il più radicale e disastroso fallimento del vivere umano.
Va da sé che una simile condizione eterna non ha in alcun modo origine da Dio: “Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale) in cui si persiste sino alla fine” (CCC1037).
Il Nuovo Testamento ci mette davanti delle immagini forti per indicare il senso dell’essere inferno per sempre. Chi si autocondanna all’essere inferno, sperimenterà qualche cosa di simile a chi, invitato al banchetto delle nozze del re, per indegnità viene escluso o cacciato fuori dalla sala del banchetto, “dove sarà pianto e stridore di denti” (numerosi passi di Mt e di Lc); o qualche cosa di simile, anzi, portato all’ennesima potenza, a chi veniva sacrificato al dio molok e bruciato nella valle della Gehenna, l’immondezzaio sottostante Gerusalemme: l’immagine intende esprimere il senso del fallimento, per aver sacrificato la vita al dio di se stesso, idolatrandosi, in perenne logorio ed in inestinguibile consumazione; motivo per il quale si parla di “fuoco eterno”.
La certezza, data dalla fede, che la situazione di inferno non è mitica, ma reale, sollecita ogni uomo al senso della responsabilità etico morale, in quanto gli fa sempre presente la valenza, positiva o negativa, dell’agire umano nel tempo della storia e, soprattutto, oltre la storia (cfr CCC1036).
A modo di conclusione, evidenziamo quanto afferma il CCC: “Morire in peccato mortale (azione il cui contenuto è gravemente lesivo del progetto di Dio sull’uomo, compiuta con ‘piena avvertenza e deliberato consenso’) senza essersi pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola ‘inferno’” (CCC1033).
Per questo la liturgia della Chiesa ci fa così pregare:“Salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti” (CCC1037, citando il Messale Romano, Canone Romano).
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