Carissimi, non ci sarà certamente sfuggito il cambio di traduzione del testo del vangelo di Luca che riporta l’annuncio degli angeli ai pastori. Dall’espressione precedente “Pace in terra agli uomini di buona volontà” all’attuale “Pace in terra agli uomini che Dio ama”, che è più fedele al testo originale. Come a dire che la pace è prima di tutto dono dell’Amore gratuito di Dio, piuttosto che l’esito della buona volontà dell’uomo e delle strategie della sua diplomazia, cui non sottraiamo comunque alcun merito. E, per essere ancor più precisi, il testo suggerisce di entrare nel flusso dell’amore di Dio per essere uomini di pace. Solo chi accoglie il suo amore nell’umiltà del cuore, tipica dei pastori e in modo eccellente di Maria, è abilitato ad essere un operatore di quella pace che è uno dei più squisiti frutti dell’Amore.
Esaminiamo da vicino il testo, dal quale siamo resi certi che Dio guarda all’umanità con infinita benevolenza. Dio ama gli uomini. Essi sono destinatari del suo divino amore e non della sua ira e della sua vendetta. Eppure Dio aveva, e non cessa di avere, infinite ragioni per scatenare su di noi la sua ira distruttrice. Non gli sarebbe difficile. Ma è Dio, infinitamente pietoso e misericordioso, e non un uomo iroso e vendicativo.
Dio ama a tal punto gli uomini da consegnare loro, nella persona del Figlio, la sua Pace. Questa Pace è giunta sulla terra dal cielo, cioè dalla sua trascendenza, ed ha come destinatari gli uomini, grazie all’amore di Dio per loro. Per dire all’uomo quanto lo ama, Dio gli fa dono del suo Figlio che è la personificazione della sua Pace. Non come la dà il mondo, per usare l’espressione di Gesù nell’ultima cena (cfr Gv 14, 27), con le sue strategie di delicatissimi equilibri. I termini equivalgono, ma i contenuti sono differenziati. Per il mondo la pace è assenza di guerre. Per Dio la pace è pienezza di vita.
Con la venuta di Gesù sulla terra, mediante la sua incarnazione e con la sua presenza permanente, ci è lecito affermare che la Pace dimora sulla terra. Eppure sono tante e tali le smentite che l’annuncio degli angeli appare a tutt’ora più una utopia evanescente e una chimera illusionista che una realtà, sia pur parziale: da che mondo è mondo l’uomo ha provocato e vissuto conflittualità a non finire. I libri di storia ne sono infarciti. Vi sono dei secoli che hanno visto guerre in continuità con i conseguenti strascichi di distruzioni, eccidi e odi senza sosta.
Alle radici della non pace
A questo punto è forse opportuno individuare le radici velenose, pestilenziali ed esiziali, della non pace.
Senza esitazione affermiamo che la radice più grossa dalla quale dipartono le altre, fino alla barbatelle, è la negazione, pratica e teorica, di Dio e ogni maldestro tentativo di destrutturare, soprattutto a livello mediatico, gli stessi fondamenti storici della figura di Cristo, fatto entrare nel panteon dei miti: Lui, che si è incarnato per l’uomo! Lo si fa oggi con disinvoltura. Non si teme di misconoscere Dio e il Figlio suo Gesù Cristo anche in pubblico, in modo sfacciato e ironico, arrogante e saccente. E forse non si misura abbastanza il peso della ricaduta di una tale negazione sul vivere civile. Negando Dio come Assoluto da cui proveniamo, nel quale esistiamo e a cui dobbiamo rendere ragione del nostro agire, personale e sociale, l’uomo è lasciato in balia del più forte di turno. E la storia ce ne ha fornito dovizia di dati. La negazione di Dio, quanto meno come modalità culturale di vivere, come se Dio non ci fosse, è il più sconvolgente dramma, anzi la più grave tragedia che attraversa il nostro tempo. Togliete Dio dall’orizzonte di interessi dell’umanità e l’uomo non è più considerato un uomo: vale meno dell’economia, meno di un soprammobile. Diventa una larva, una preda per predatori, come in modo tragico hanno documentato i vari campi di concentramento. Non c’è pace senza Dio perché Dio è il fondamento ultimo del rispetto e delle regole di convivenza pacifica, cioè civile. Lui, e Lui solo, ha immesso nel cuore dell’uomo il bisogno vitale della pace, ne è l’autore e la risorsa inesauribile.
Una seconda causa che determina situazioni di non pace: l’abuso della libertà provocato dalla superbia. Attraverso l’atto procreativo dei genitori, Dio ci ha posti nell’esistenza come esseri liberi, per dare all’uomo la possibilità di aderire, senza alcuna costrizione, al suo progetto divino, dalla cui conformità trae origine quella gioiosa felicità di cui si è fatto interprete universale il salmista: “Nella via dei tuoi insegnamenti è la mia gioia.. Nella tua volontà è la mia gioia.. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità” (Sal 119, 14.16. 35). Dio non costringe nessuno ad aderire al bene. Ha creato l’uomo, pur nella complessità del suo essere corporeità e spirito, perché fosse lui a determinare il suo destino di salvezza o di rovina, poiché ogni atto di costrizione smentisce l’essere umano, che per natura è libero ed è uomo appunto in forza della facoltà della libertà di cui è dotato.
Purtroppo, quando si insinua nell’uomo la superbia che, facendolo stravedere, gli mostra il suo volto come quello di un superuomo, un dio, non esita a buttar fuori dal circuito delle sue relazioni quanti non si prostrano a lui. E li considera avversari, nemici. La superbia lo rende arrogante, prepotente, intollerante, un dominatore di tutti e di tutto, come se fosse la ragione d’essere di tutto. Perde il senso della misura. E non teme di rompere persino quelle relazioni di creatura e di figlio con Dio che se non fosse in Lui neppure esisterebbe. E poiché Dio non vuole imporsi a nessuno, accetta di dimorare nell’uomo da estraneo a lui, vivendo il dramma, lo scacco, della non accoglienza proprio da parte di una sua creatura, segnalato dall’evangelista Giovanni: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” o dall’evangelista Luca: “Non vi era posto per Lui”. E si sa che dove, a causa della superbia, non c’è posto per Dio, non c’è posto per l’uomo. Il superbo non vede nell’altro un suo simile, ma un rivale, come Erode nei confronti di Gesù, di fronte al quale mette in moto tutte le strategie per annientarlo, sia esso una persona, un gruppo di concorrenza, un partito, uno stato.
E una terza causa della non pace: lo scatenamento delle passioni viziose, dalla bramosia di possedere, all’invidia, alla gelosia, all’ira. Nel lasciar covare questi a simili vizi nel suo cuore, l’uomo dà sfogo ad atteggiamenti che danneggiano e incrinano i rapporti di pace con le persone con le quali condivide l’esistenza. Sospetti, diffidenze, chiusure, rifiuto persino del saluto, espressioni di maleducazione, screzi, dispetti, piccole vendette, aggressività, spallate, ingiurie, insulti, sarcasmi, denigrazioni, polemiche, villanie, modi bruschi, parole velenose, cattiverie di vario genere si susseguono e rendono irrespirabile la vita sociale, tolgono ossigeno alle relazioni ariose e pacifiche, fanno star male. Si stanno imbarbarendo in modo allucinante le relazioni interpersonali, soprattutto a livello mediatico, dove si bandisce il confronto rispettoso e propositivo per far posto allo scontro come forma accattivante di audience; dove si affilano le armi per annientare l’avversario. La convivenza pacifica sta subendo forti contraccolpi.
In definitiva, potremmo dire che la non pace ha le sue radici nel peccato dei singoli e nel sistema di peccato, cioè di quell’agire umano che esclude tra i parametri di riferimento valoriale proprio Dio.
Alla radice della Pace
Viene spontaneo a questo punto chiederci se ci sarà mai dato di vivere in pace, almeno con i vicini, con i familiari, con i condomini, con i colleghi! Vorremmo infatti che tutti i focolai di guerre disseminati nel mondo si spegnessero se non per incantesimo almeno per una rinnovata cultura di pace che escogita ogni via onorevole alla pace. Ma quand’anche nel mondo le armi tacessero e gli atti di terrorismo fossero tutti sventati, rimane aperta la partita, tutta da giocare, della pace territoriale sociale e familiare. Ed è proprio lì che di fatto noi sperimentiamo il senso della pace.
Ma poiché la pace non è frutto dello spontaneismo, occorre attivare quanto è in nostro potere per educare alla cultura della pace, ad un vivere cioè ad alta definizione civile. A tal fine, occorre ridestare il desiderio della pace, parlare bene della pace e dei benefici che se ne ricavano, e presentare mediaticamente situazioni di pace e di accordi raggiunti di pace, facendo una lunga tregua agli ormai stucchevoli bollettini di guerre, guerriglie e scontri politici, zuffe da imbarbarimento di vario genere. Evidentemente, la pace non va solo desiderata. Va voluta, dai confini internazionali alle pareti domestiche. Essa è frutto di una volontà indomita in quanto esige rispetto di tutti, anche di coloro dai quali non si riceve rispetto; determinazione a dialogare con chiunque, anche con chi è radicato in culture assai distanti e a trovare convergenze e punti di condivisione; la disponibilità a solidarizzare e a risolvere insieme le grandi problematiche; a saper mandar giù rospi indigesti, a togliere di mezzo pretesti per accendere roghi di incomprensione; a evitare di far star male seminando dissapori, di indispettirsi e irritarsi per un nulla; a saper prendere la vita per il verso giusto; a dar vita alle belle relazioni che ti fanno guardare all’altro come persona che è degna di te. Infine, l’attitudine ad ascoltare le ragioni altrui e l’umiltà del cuore.
Ma per non fondare il tutto sulla illusione, occorre riconoscere la sorgiva della pace e ad essa attingere continuamente: il Dio della pace, con il quale conviene che l’uomo sia in pace. È lui il fondamento della pace. Senza riconoscimento, almeno implicito, di Dio e senza lasciar spazio in cuore al Dio della pace, la pace resterà sempre oltre la sua possibilità di fruizione. E per essere ancor più vicini al reale, per un processo virtuoso della pace occorre far scendere in campo il principe della pace, colui che Paolo non esita a definire “nostra pace”: il Signore Gesù, che per immettere nell’umanità le condizioni oggettive della pace – con Dio, con gli altri e con se stessi – ha dato la sua vita”.
È Lui la strada della pace. Vivendo Lui e come Lui la pace ha concretezza. Di qui la necessità di fondare ogni intervento educativo sulla persona di Gesù. Il che significa che i sistemi di pedagogia più avanzati, capaci di prospettarsi vincenti, sono proprio quelli che imperniano gli interventi sull’identità e sull’agire di Cristo, assunto come modello dell’uomo perfetto. Chi si educa sul parametro assoluto che è Gesù assume su di sé anche i costi della pace, fino al sacrificio della propria vita. Non vuole averla sempre vinta. Vuole che vinca la pace.
Ecco a quale obiettivo ci educa il mistero del Natale. Lo auguro a tutti di pace. Auguro un cuore in pace, perché abitato da Gesù nostra pace come il suo più bel presepio. Da un cuore di pace non possono germinare che opere di pace, dalle infinite sfumature, e dalle più inedite genialità.
+ Giuseppe Zenti