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 Il Vescovo - Omelie - Parlandoci da cristiani - Alla fede cristiana si rifiuta il diritto di essere tessuto culturale unitario 
Alla fede cristiana si rifiuta il diritto di essere tessuto culturale unitario   versione testuale






Dopo aver evidenziato due settimane fa la fede in Dio, Mistero di Amore Trinitario, cui peraltro fa esplicito riferimento il Papa nel primo paragrafo della sua lettera “Porta fidei”, consideriamo il nucleo del contenuto del secondo paragrafo, di cui riproduciamo il testo: “Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori ad essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone”.
Dal testo si evince che ci fu un tempo nel quale tutto il substrato culturale del vivere sociale era costituito da valori cristiani. Le stesse ore del giorno erano scandite dal suono delle campane, a cominciare dall’Ave Maria. A tale riguardo la storiografia parla di “cristianità”. Pur essendo chiaro il ruolo della autorità civile rispetto a quella ecclesiale, di fatto i valori civili erano radicati nel patrimonio dei valori cristiani. Si potrebbe obiettare che anche il Corano influisce culturalmente nella vita civile dei popoli che lo riconoscono come il proprio libro sacro. Va osservato che non solo influisce sulla vita civile, ma ne è l’asse portante e l’anima al punto che non vi è distinzione alcuna tra aspetto civile e aspetto religioso. I due aspetti, per noi occidentali e per il cristianesimo in primis distinti, sono per il musulmanesimo un tutt’uno.
Il cristianesimo comunque, dal Medioevo fino alla modernità è stato l’anima della civiltà non solo italiana ma anche europea. Ed è assurdo che la Costituzione europea non lo voglia riconoscere.
Ma è proprio questo ruolo di anima della civiltà europea che oggi viene negato. A causa di due fenomeni in atto. Il primo, messo in luce dal Papa, riguarda una sorta di alterazione genetica del cristianesimo, specialmente nella sua finalizzazione. Come a dire: qual è il fine del cristianesimo nel mondo? Quello di essere a supporto dell’umanesimo umano o quello di generare un umanesimo cristiano? Leggiamo le parole del Papa: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune”. La questione è molto seria. Non si intendono negare le ricadute sul piano sociale e politico del patrimonio dei valori cristiani, ma si impone un chiarimento circa il pericolo di omologare e appiattire il cristianesimo in un puro sociologismo. Sulla scia di una certa teologia della liberazione, la fede dovrebbe trovare il suo compimento nel trasformarsi in gesti di solidarietà sociale, lasciando in balia di se stessa, e svigorendone le potenzialità, l’aspetto teologale. Sarebbe la morte della fede cristiana che per sua natura rimanda costantemente alla sua sorgiva divina e sospinge oltre la storia.
La seconda causa va ricercata nella postmodernità, oggi ovunque imperante. Per intenderci, la postmodernità è preceduta e preparata dalla modernità. La cultura della modernità si può riassumere in questa espressione: “Crisi delle evidenze etiche”, in forza dei principi diffusi da filosofi e pensatori, che hanno trovato vasta risonanza mediatica. Secondo i quali non esistono verità assolute, ma solo opinioni. Questa modernità culturale, cioè di pensiero e di scelte di vita ha spalancato le porte alla postmodernità che si impone per due fondamentali principi: l’esaltazione dell’individuo e l’assolutezza della tecnoscienza. La crisi è dunque colmata da queste due idolatrie.
È evidente che proprio questi due principi sono dialettici, cioè antagonisti, della fede cristiana. E perciò le negano diritto di cittadinanza. In conclusione, si potrebbe osservare però che proprio la radicalizzazione di questi due principi ha rivelato i loro limiti nei confronti degli individui, che stanno entrando in una profonda crisi esistenziale di senso del vivere, e nei confronti delle attese miracolistiche della tecnoscienza che sta manifestando grosse crepe. Forse siamo sulla soglia di nuove opportunità per il riannuncio del Vangelo. L’unico che non delude.
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